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Si potrebbe cominciare con Giuseppe Giusti. Stava in Toscana, in uno di quei paesini che gli italiani non conoscono, perché gli italiani amano per lo più la vacanza all’estero, magari in posti squallidi e comodissimi dei quali tutti, però, parlano benissimo senza che se ne capisca la ragione. Poi crolla la Torre dell’Orologio a Novi di Modena e Pompei si sfarina, ma gli italiani non perdono il low-cost per Dubai.
Giusti, dicevo. Lasciò Monsummano e partì per Milano per una visita a Manzoni. L’autore di quella ponderosa storia d’amore senza sesso, che divenne best seller di tutte le scuole del Regno e poi anche della Repubblica, aveva ormai alle spalle la parte più significativa della sua attività letteraria, e forse già si palesavano in lui quei sintomi del caratterino cui ben s’attaglia quell’aggettivo che ho messo là in cima. Ragion per cui, appena poté, si sbarazzò cortesemente della visita (che per la verità durò un mese) invitando uno dei suoi figli a far da cicerone al poeta toscano. Giusti era poeta e patriota. Una mattina il giovane Manzoni lo accompagnò in Sant’Ambrogio, quel bell’esempio di romanico lombardo che i nostri appassionati visitatori di Dubai ed Abu Dhabi naturalmente misconoscono. A differenza del Manzoni padre, non credo che il Giusti avesse consuetudine con la frequentazione di edifici religiosi, fatte salve le ragioni estetiche. In ciò, e non solo in questo, era assai simile, io credo, a quell’altro bel tipo di toscano giunto a Milano poco più d’un secolo dopo, per raccontarci con La vita agra fasti e nefasti della capitale lombarda all’epoca del boom economico.
I due entrarono, comunque, e subito il Giusti avrebbe voluto tornar sui suoi passi vedendo là schierata, nei pressi dell’altare, una compagnia di militari biancovestiti, quei croati o boemi scrisse poi: “messi qui nella vigna a far da pali”. Nel marzo di tre anni dopo quegli stessi sarebbero stati costretti a levar le tende in tutta fretta, causa le ben note Cinque Giornate, ma pel momento stavan là, “coi baffi di capecchio” tutti intenti ad ascoltare una banda di ottoni.
E qui non si capisce (non so) se il Giusti se l’è inventata a bella posta, oppure se l’idea di far musica profana nelle chiese durante le funzioni religiose fosse parte del rito ambrosiano, precedendo in questo l’effimera e stravagante idea delle “messe beat” , che prese piede da noi negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Sia come sia, dice il Giusti che quella compagnia d’austroungarici stava ascoltando le note di : O Signore, dal tetto natio. Un “pezzo bello, e poi nostro e poi suonato come va” sottolinea il poeta, fieramente esaltato dal musicale patriottismo di quel Verdi che di lì a poco avrebbe scritto, per esempio: Si ridesti il leon di Castiglia, altrettanto virilmente inteso come antiaustriaco. Tuttavia, al chetarsi dei suoni, iniziati proprio al momento della consacrazione, il poeta stava per girare i tacchi verso l’atrio con le sue grandi arcate cieche, e già prendeva per un braccio il figlio giovinetto del Manzoni, quando “lento lento / per l’aer sacro a Dio”, quasi in risposta alla banda d’ottoni di poc’anzi, dalle gole dei soldati s’innalzò un cantico in tedesco. E, anche qui, dobbiamo fare a fidarci sulla competenza linguistica del Giusti, visto che poco più su ci aveva raccontato che trattavasi di Boemi e di Croati. Non ne capiva una parola, s’intende, ma intuì (o volle intuire)che in quella melodia ci stava la nostalgia per una patria lontana, per il luogo natio: Heimat, dicono loro. Quel luogo al quale si pensa anche quando si va a combattere per la libertà di un’altra patria, come in questo caso:

Insomma: quel coro di nemici lo travolse d’emozione: “qui, se non fuggo, abbraccio un caporale”. Potenza della musica!

P. S. Non tutti i cori hanno facoltà simili a quella compagnia d’austroungarici, e pochi son gli italiani “figli di Verdi”. Da qui la ragione del titolo.

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