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Naturalmente uno può dire che la colpa era dei cinque caffè bevuti in giornata (o erano sei?). Troppi comunque, sommati alle sigarette. Lontanissimi i tempi del “bar di Elia”, quando un ultimo caffè bevuto fra mezzanotte e l’una, non m’impediva di tornare a casa e dormire come un sasso sino al mattino.
Stanotte, invece, mi sono svegliato quando l’orologio segnava le sei meno un quarto. Ero andato a letto poco prima delle due dopo aver affidato a santa Cecilia (su Facebook) le sorti del prossimo concerto. Perché non è che loro non siano bravi, è che sono dilettanti e per sconfiggere le incertezze sempre in agguato dovrebbero provare molto di più. Comunque …, speriamo.

Mi sono svegliato e mi sono accorto che, fino ad un attimo prima, stavo cantando: Tabachin-a pòrta pà ‘l capel / sensa ch’a l’abia, sensa ch’a l’abia
Eh! ho capito immediatamente come mai. Intanto perché ero riuscito (al pelo! sabato scorso la cosa m’era sfuggita) ad evitare che sul testo dello spettacolo comparisse uno svarione; cosa da poco, s’intende, ma che altrimenti sarebbe rimasta lì a dimostrare che loro avevano in repertorio una canzone di cui in realtà non conoscevano l’origine. Perché certo non si può confondere quella “tabachin-a” con l’esercente di un negozio, come invece stavano per fare.
La canzone in oggetto, prima ancora di entrare a far parte del patrimonio delle “canson dla piòla” (con un testo ovviamente un poco più salace di quello cantato dal coro e di cui dirò più avanti), appartiene al genere dei canti degli operai torinesi fra Otto e Novecento. Fu in quell’epoca di modernizzazione, infatti, che molte donne iniziarono un lavoro autonomo fuori dalle mura domestiche e , come rilevano gli autori di: Le ciminiere non fanno più fumo, ed. Donzelli, 2008, “il semplice fatto di lavorare fuori casa” fa sì che “secondo i canoni del moralismo maschilista” esse vengano giudicate “ambiziose, vanitose, superbe, troppo libere, tout court donne leggere, in ultima istanza non molto dissimili dalle prostitute”. (p.228).
Il testo e la melodia utilizzati per le “tabacchine”, venivano adattati anche ad altre professioni, delle molte intraprese in quegli anni dalle donne. A Torino molte erano le cioccolataie, per esempio: Le ciculatere pòrtu pa ‘l faudal / sensa ch a sia, sensa ch’a sia ad pur percal”.

E veniamo alla “piola”. Senza mai perdere quel tratto di antifemminismo che ne aveva segnato l’origine, la canzone La tabachin-a entrò nel repertorio di Roberto Balocco (forse il più noto e bravo interprete delle canzoni e canzonacce da “piola”). Le strofe sono tante e variabili, poiché molti sono i possibili capi d’abbigliamento femminile citabili: calze, scarpe, cappello, grembiule etc. Ma una strofa in particolare è quella che conserva l’eco di quel “moralismo maschilista” che si diceva: La tabachin-a a pòrta pà ‘l capel / sensa ch’a l’abia la piuma dl’osel. / E l’osel a l’è na roba fin-a i-è la tabachin-a da contenté.

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