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Al principio non ne sapeva proprio nulla.
Neppure l’eco di tradizioni familiari, niente; neppure le operette più facili: la Vedova, Cavalleria leggera. E dire che … di crucco, da quelle parti, c’era rimasto parecchio, dal carattere all’alimentazione. Ma quelle no. Su da loro solo cori alpini, canti di chiesa, un poco di folklore e poi, con la radio, un po’ di musica leggera. Quella furoreggiava.
Naturalmente non è così. Chi può dirlo? Chi può dire quante nozioni può immagazzinare, anche senza saperlo, uno che fin da piccolo barattò loquacità con attenzione, moltiplicando, per quel che fu possibile, udito e vista, al punto che gli occhiali li inforcò ancor prima di imparare a leggere e scrivere. Cosa normale, oggi, ma stiam parlando di oltre mezzo secolo fa.
Insomma: arrivò alle scuole medie col solo ricordo, che presumiamo vago, di una cavatina di Figaro ascoltata in una lontana trasmissione televisiva che potrebbe essere stata Campanile sera. Ma poi trascorse una parte dell’estate a trascrivere da qualche parte le biografie dei musicisti riportate sul suo libro di Educazione musicale. Non fu, per quel che sappiamo del seguito, una evanescente passioncella estiva.
Anni dopo giunse all’Università senza troppa intenzione, incosciente del fatto che il miglior musicologo della città (e non solo) proprio in quell’anno se ne andava in pensione; d’altra parte non è che la musica (quel tipo di musica, in particolare) fosse allora al centro dei suoi interessi culturali. Del resto, sappiamo da fonte sicura, che neppure a lui, allora, sarebbe stato possibile definire con certezza una sorta di gerarchia dei suoi interessi.
Nel frattempo c’erano state la Nona di Beethoven in piazza san Carlo e il Don Giovanni di (Mozart) Losey al Centrale d’essai. Non so se avete presente: quella sala lunga e stretta coi sedili di legno, fredda d’inverno, ma aperta pure al mattino in orario scolastico. E poi la sagoma cartonata di quel signore in costume settecentesco con un flauto traverso: con Settembre musica la capitale sabauda aveva sposato il Barocco. Per strada si sparava (preferibilmente al mattino presto), alla Fiat ne licenziavano 61 (i primi), e nelle navate della chiesa di san Massimo risuonava Bach.
Ma fu un seminario. Il docente chiese se c’era qualcuno che voleva occuparsi del tema: Musica ed impegno politico; fece alcuni nomi di compositori, il nostro eroe ne riconobbe uno e disse: io. La gerarchia dei suoi interessi culturali prese una forma più definita.
Da Luigi Nono a Claudio Abbado il passo fu obbligato e breve.


Direte che non c’entra niente. Non è vero.
A parte il fatto che la musica qui viene da quell’ambiente là (lo sanno tutti che De Andrè si è ispirato a G. F. Telemann-Concerto per tromba in re maggiore). A parte questo, la tristezza che c’è in quella canzone a me va benissimo per riflettere su quel che oggi ci siam persi.

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