Visitato un pezzetto di Marocco.
A tu per tu con la più schietta povertà e le cento parabole sulle case basse bianche, ocra o semplicemente color polvere. Asini, capre, pecore e stracci; dentro vicoli impercorribili stando affiancati, si aprono porte senza battenti, aleggiano odori indistinguibili, maleodoranti puzze di uomo e animale, mal temperate, talvolta, da sacchi di spezie colorate. Laddove neppure i carretti riescono a transitare sfrecciano motorini lucidissimi di marca sconosciuta. Dall’alba al tramonto, muezzin ormai dotati di impianto stereofonico, si incaricano regolarmente di ricordare la grandezza di Allah, del suo Profeta e i precetti della Sunna, ma di venerdì molti lavoravano. Tintori, conciatori, spaccapietre, tessitori e lenti asini bigi con bigonce oramai in plastica suscitano antichi ricordi scolastici d’un tempo medievale, al punto che il vagolante giro notturno dentro la medina di Fez, svoltosi senza guida, risvegliò gli antichi tremori di Andreuccio da Perugia mentre percorreva la Ruga Catalana.
Il cibo è come la musica: spesso uguale a quello del giorno prima, ripetitivo e noioso dovendoci convivere. Buono il tè alla menta anche in bicchieri bollenti che non hanno mai visto una lavastoviglie. Solitamente si cucina nel coccio, ma ho anche mangiato delle uova direttamente da un padellino d’alluminio, quelli di cui mia madre si sbarazzò fin dai lontani anni ’70. Il colore, oltre che nei sacchi di spezie, negli ortaggi e nella frutta esposta a cielo aperto su sacchi di plastica, sta nei tappeti, nei mosaici e nei foulard. Sta anche nei ricami architettonici, quando siano ancora integri e non crollati e accantonati assieme ai rifiuti, ai detriti d’ogni genere e alla plastica incombente.
Anche i poveri hanno i loro poveri. Quelli del quartiere ebraico di Fez, per esempio, dove la miseria si misura nelle bocche sdentate o negli abiti stracciati e polverosi talvolta impreziositi da un paio di vecchie Adidas, oppure gli africani (dal Mali?, dal Senegal?) che vendono chincaglieria cinese sotto i portici del vecchio quartiere di Rabat.
Impera l’arte dell’arrangiarsi.
A quanti pochi dirham dovrà ancora scendere il reddito pro capite perché questo mondo esploda?

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