Primo libro dell’anno e prima delusione. Forse perché maggiori sono le aspettative, più brucianti sono i disinganni; e quasi tutta la prima parte, con quel l’incastro autobiografico tra fatti, libri, film e vita personale, prometteva di più.
Il titolo, intanto.
Il desiderio di essere come tutti (anche se poi il “tutti” è scritto in maiuscolo e allude a qualcosa che sta dentro ad un memorabile episodio della nostra – non più tanto recente – Storia italiana), è un’espressione che non mi appartiene, un sentimento che non ho mai provato, un’aspirazione dalla quale rifuggire, anzi.
Non è questa la “sinistra” che mi piace.
Poi, lo so anch’io, nella vita reale bisogna farci i conti, ma è un altro discorso. Fuori, lontano.
Nel momento in cui mi metto a leggere un’opera di narrativa il mondo sta fuori dalla finestra e ci siamo solo io e lo scrittore che racconta. Poi esco e la vita ricomincia, ed io mi porto appresso – se ci sono – strumenti nuovi e migliori di conoscenza del mondo. Qui no.
Dell’esile e molto narcisistica trama narrativa conoscevo già molto prima; prima di iniziare il libro conoscevo già tutto quel lavorio, quelle esitation morettiane: “Vado o non vado? Vado e mi metto in un angolo?”; così come quel faticoso ma progressivo spostarsi verso il Pci di una parte consistente della società italiana. Tutto quell’elettorato perduto poi lungo il ventennio berlusconiano lo conoscevo, lo conobbi. Conoscevo “Elena”, la “zia Rosa”, e i tanti altri che semplicemente votavano “in alto a sinistra”; posso persino arrivare a dire che, per qualche aspetto, il mio modo di essere allora somigliava talvolta a quello raccontato dalla voce narrante nella prima parte del libro. Però io a Roma c’andai, al funerale c’ero. Tanto per dire. E se c’era un sentimento di “essere dalla parte del torto” era perché avevamo letto Brecht e non (ancora) Francesco Piccolo.
La seconda parte del libro è noiosa, scontata. Ovvio che lui sia diventato “felice” in un “tempo infelice” (il matrimonio, i figli, la carriera, Pordenone raggiunta senza la divisa militare, Moretti che interpreta “il caimano” – grande idea: sarà stata sua?-, i salotti …, le lezioni di Baricco – non citato ma evidente); quel che non mi convince, che trovo incredibile, è che lui voglia far passare l’idea d’essere in qualche modo incredulo, perplesso, quasi pentito di portare in sé questa contraddizione fra felicità personale ed infelicità sociale.
Una seconda parte lunga e ripetitiva, fra l’altro. Senza quasi più agganci con la prima. Elena, zia Rosa, il ragazzo le lentiggini …, dove sono finiti? A parte l’Alessandro che non ama perdere (che sia D’Alema?), sono spariti tutti. Altre frequentazioni. Come quella sorta di selezione naturale che portò il Pci a snaturarsi in PD; oppure, tanto per usare le sue categorie politiche, come quello snaturamento che abbandona l’etica dei principi in favore dell’etica della responsabilità.
Sono un reazionario, sì.

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