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Abituato per molto tempo a considerare che l’anno scorre – ruscelletto, torrente o fiume in piena – da settembre a luglio, e prima ancora da un Ferragosto all’altro, la scadenza di san Silvestro mi ha sempre lasciato abbastanza indifferente. Nato e cresciuto, poi, in un mondo che trasformava sempre di più le festività di fine anno in una corsa parossistica ai regali e agli auguri, di stampo puramente consumistico i primi e per lo più formale i secondi, mi sono via via disamorato e intristito, finendo per sopportare con fastidio questo periodo e fingendo con me stesso per riconoscerlo come una sorta di sospensione temporale, ben conscio, in realtà, che il tempo scorre invece inesorabilmente travolgendo argini che invano la scrittura, gli affetti, la musica e tante altre minime occupazioni tentano lillipuzianamente di opporre.
Se poi l’ultimo dell’anno ti svegli a metà nottata consapevole d’un sogno che a frammenti potrebbe (ma non si capisce il perché, non avendo io la passione per lo sci né quella per l’automobilismo) ricordare la recente vicenda di quel pilota tedesco che corse per la Ferrari, significa che ci sono ancora zone oscure da esplorare. E che, comunque, la fine – fine d’anno – è un tema che disturba.
Ieri sera poi, sul secondo canale Rai è andato in onda un servizio filmato su Guccini. Era talmente pieno di testimonianze che ho pensato che fosse morto. Fortunatamente non è così, ma non è stato un bel vedere. Stavo come davanti ad uno specchio; inutile dire che non canto, non suono e non scrivo così, ma … è stato un po’ come se mi facessero vedere il film della mia vita: i capelli così, i maglioni cosà, le folle dei concerti e poi l’imbolsimento, la lentezza, il disincanto, la disperanza del tempo più recente.
“mi ricordo quei giorni”.

E questo e l’ultimo post.

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