Erano tempi meno schifosi, si respirava ancora; intanto non c’era questa sovrabbondante ridondanza di notizie che sembra sempre di essere alle casse del Carrefour o all’IperCoop la vigilia d’un conflitto mondiale. Forse per questo, o forse soltanto perché era uno dei sessantun giorni in cui aggiunsi una tacca alla mia carta d’identità e pensavo d’essere felice. Perché fino ad un certo punto della parabola compiere gli anni è bello, purtroppo esula dalle mie competenze la capacità di calcolare, sugli assi cartesiani, quale sia il punto di vertice di tale parabola (non so neanche se vertice sia il termine esatto), quello dal quale cominci ad accontentarti unicamente d’un pranzo un po’ diverso dai soliti. Non lo so calcolare ma, come Bartolomeo Diaz quando giunse al Capo di Buona Speranza, mi sono accorto d’averlo già superato, con lo svantaggio, sul portoghese, di sapere anche dove si va a finire.

Voglio dire che della morte di John Lennon, avvenuta il giorno d’un mio lontano compleanno, venni a conoscenza dopo; non so quanto.
Così come del famoso “golpe Borghese”, stesso giorno anno diverso, ma lì eravamo in tantissimi a non sapere; ce lo raccontarono soltanto un bel po’ di mesi dopo, come d’uno scherzo non riuscito.
Casualmente pare si tratti anche dello stesso giorno nel quale gli Stati Uniti dichiararono guerra al Giappone, ma lì proprio non c’ero e quindi bucai la notizia senza alcuna colpa.

Lennon ucciso a pistolettate segnò la fine d’un epoca, si disse (ma solo in modo simbolico: quell’epoca era già nella cassa da un po’, mancava la lastra tombale, diciamo). Anche a Renzi, con quel ch’è successo ieri, piacerebbe segnare la fine d’un epoca, ma intanto non ha mai scritto Imagine, e poi è soltanto un minuscolo personaggio in cima ad un’enorme bolla di sapone che prima o poi … Meglio allora le bolle colorate di Mina che ancora galleggiano intatte nei meandri della nostra memoria.

Comunque: questo non è che il giorno dopo. Un giorno come un altro, in fondo.

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