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Nel settembre del 1973, quando il Palazzo della Moneda di Santiago del Cile venne bombardato dall’aviazione golpista, e Salvador Allende fece il suo ultimo discorso alla nazione: “ La historia es nuestra y la hacen los pueblos ”, due gruppi di giovani musicisti cileni erano in tournèe europea: gli Inti Illimani in Italia e i Quilapayun in Francia. Di lì a pochi giorni sarebbe stata posta a tacere in modo violento e crudele anche la voce di Victor Jara, altro notevole esponente della “Nueva canciòn chilena”, un movimento culturale e musicale sorto in Cile pochi anni prima, ispirato in primo luogo dalla multiforme attività musicale e artistica di Violeta Parra che del folklore cileno era stata forse la prima (o fra le prime e più importanti) ricercatrice sul campo e divulgatrice, fin dagli inizi degli anni ’50 quando la conservazione di quel patrimonio era fortemente a rischio, essendo ormai trasmessa quasi esclusivamente in forma orale e posta sotto la minaccia dell’assoggettamento al gusto musicale anglo-americano.
Tuttavia non si può dire che, almeno sino a quel momento, le voci, i ritmi e i nomi degli artisti prima ricordati godessero, nel continente europeo, di quell’ampia popolarità che ebbero in seguito al colpo di stato di Pinochet. Forse appena un poco più noto, ma pur sempre ancora nell’ambito di una ristretta élite di addetti ai lavori era il nome di Violeta Parra, suicidatasi nel ’67. Una notorietà appena maggiore, probabilmente dovuta anche ad alcuni viaggi che la stessa Parra aveva fatto in Europa fra la metà degli anni ’50 e l’inizio del decennio successivo (a partire da una partecipazione ad un Festival della Gioventù a Varsavia nel 1954, poi ad un altro in Finlandia nel 1961), con soggiorni più prolungati in Francia (naturalmente a Parigi, nel Quartiere Latino), dove aveva già pubblicato qualche disco.
Al momento del golpe, Gracias a la vida, canzone della quale Violeta aveva scritto (come quasi sempre aveva fatto per le sue canzoni) parole e musica nel ‘65, era forse la sua canzone più nota, fuori dai confini del subcontinente americano. Questo in virtù della re-interpretazione realizzata dalla figlia Isabel in un disco del 1970, ma soprattutto grazie alla celebre cantante argentina Mercedes Sosa, che aveva inciso nel ’71 un bel disco dal titolo: Homenaje a Violeta Parra.
Violeta Parra se fue a los cielos, come abbiamo detto, nel 1967, in aprile, notoriamente lo stesso anno della morte di Ernesto “Che” Guevara. Per inciso, proprio pochi mesi prima che a Cuba avesse luogo un grande incontro internazionale fra cinquanta musicisti provenienti da 18 paesi, dedicato alla canzone di protesta, e al quale, certo, Violeta sarebbe stata invitata; tant’è vero che vi parteciparono i suoi due figli maggiori, entrambi con canzoni scritte dalla madre: Angel che cantò Me gustan los estudiantes e Isabel che eseguì Porque los pobres non tienen.
In seguito, fra gli anni di Allende e i primi anni successivi al golpe, la musica cilena – quindi anche alcune canzoni scritte o raccolte dalla Parra nei suoi lunghi viaggi attraverso il Cile – assieme ad altre numerosissime melodie, costituì gran parte della colonna sonora che accompagnò gli anni della militanza e delle manifestazioni di piazza dei giovani sudamericani (ed anche europei), almeno sino a quando non prevalse (e qui il riferimento è soltanto all’Italia) l’ingeneroso giudizio di Lucio Dalla: “ la musica andina che noia mortale / son più di tre anni che si ripete sempre uguale “. Era il 1977.
Muovendosi sulle tracce della stessa Parra, i fondatori della “Nueva canciòn chilena“ non intendevano soltanto riproporre il folklore cileno o latinoamericano (fra gli autori che implementeranno il repertorio ci sono infatti, fra gli altri, anche il cubano Carlos Puebla, l’argentino Atahualpa Yupanqui e l’uraguaiano Daniel Viglietti), volevano bensì utilizzare la canzone e la musica come arma di lotta sociale e politica (similmente a quanto avevano fatto e facevano negli stessi anni, per esempio, Woody Guthrie o Pete Seeger in Nord-America). Come scrive Meri Franco Lao, una delle maggiori studiose italiane della musica sudamericana e la prima a pubblicare in Europa (in Francia) un’inedita raccolta di testi e musiche di quelle canzoni: “Il canto è anche un modo di scrivere la storia, di sfidare le varie forme di schiavitù e di ingiustizia, di urlare la fame o il dolore, per rivelare e ribellarsi” [Basta, Storia rivoluzionaria dell’America Latina attraverso la canzone, Jaca Book, 1970].

Il film di Andrés Wood presenta naturalmente moltissima musica compresa nel repertorio di Violeta Parra, anche se nessun brano (neppure Gracias a la vida che si ascolta mentre scorrono i titoli di coda) viene riportato con la voce della cantautrice cilena, bensì da quella della bravissima Francisca Gavilàn (che interpreta appunto Violeta). E non deve stupire troppo, tuttavia, neppure il fatto che, nella ventina di brani che costituiscono la colonna sonora del film, manchino quelle canzoni più schiettamente politiche della Parra, canzoni come: Que dirà el santo Padre, o Me gustan los estudiantes, oppure ancora Yo canto la diferencia, o La carta; quelle canzoni che, negli anni che immediatamente successivi alla sua morte, le diedero notorietà universale, anche attraverso la voce dei figli e poi di molti altri interpreti. Unica eccezione, forse, è Arriba quemando el sol, un canto che parla delle dure condizioni di vita dei minatori cileni e delle loro famiglie. Le altre sono racconti d’amore, di perdita, di dolore, ma anche di festa e di contenuto ironico, temi d’altro canto riscontrabili nel patrimonio folklorico d’ogni altro paese; poiché è a questa attività di ricerca, trascrizione, registrazione e riproposizione del canto popolare che il film dedica la parte più consistente del ritratto della Violeta musicista.
D’altra parte il film è tratto, e si mantiene piuttosto fedele sin dal titolo, da un libro del 2006: Violeta se fue a los cielos, scritto dal figlio Angel, nelle cui pagine i richiami prettamente politici, pur riscontrabili in altre fonti [cfr. per es. http://www.youtube.com/watch?v=PrKk1hNVsIU%5D, sono stranamente flebili o pressoché inesistenti. Da quelle pagine emerge soprattutto una donna gracile e, al tempo stesso, piena di forza. Una forza che si esprimeva in forme molteplici: nella scrittura, nella scultura, nella pittura, nella tessitura e non soltanto nella musica. Lei stessa affermava di non poter scegliere una sola fra queste attività. Tutte e tutte insieme esprimevano l’amore per il proprio popolo e l’anima del popolo cileno. “Il canto di tutti è il mio stesso canto”, cantava.

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