Ma questo non è un diario, come avrebbe detto Magritte. Tuttavia i buchi, le pause, la schermata sempre fissa su le cinco de la tarde, lasciano intendere qualcosa. E’ come se negli ultimi trenta secondi di Tempi moderni la cinepresa si lasciasse alle spalle Chaplin e la compagna, scavalcandoli ne risulterebbe un’inquadratura della lunga strada deserta, le montagne sullo sfondo, la musica e la dissolvenza al nero.
“Smile!” sembra l’ultima parola che Chaplin suggerisce alla Goddard, e qui sopra e d’attorno,certo, qualche volta si sorride ancora, ma manca quella prospettiva californiana, il campo lungo, come si direbbe sul set.

No, non troppi film ultimamente, ma uno bello sì: La prima neve. Glielo consiglio, anche se non ero mica tanto dell’umore giusto, perché da un po’ di tempo queste discussioni fra genitori e figli o, più in generale, i litigi in famiglia mi stan facendo un po’ patire. Sì, infatti; non sono di quelli che lasciano alla cassa del cinema le impressioni esterne,anzi, mi siedo in platea con gli stessi occhi che avevo prima d’entrare. Magari è per questo motivo che i film che mi piacciono davvero sono pochi.
No, questi richiami al cinema …, è forse perché dovrei scrivere una cosa su Violeta, film che non mi aveva neppure entusiasmato, peraltro. Anche il libro d’altra parte …, non c’è mai un segno di distacco, di disapprovazione e neppure vera grande compassione. Non sembra neppure scritto dal figlio, ma da uno che era lì e che, con parole che solo talvolta sfiorano l’affetto, ricorda. Non ho neppure avuto voglia di terminarlo, ma per ‘sta cosa mi toccherà riprenderlo.
No, l’altro l’han pubblicato, non so quale sia la tiratura della rivista, né in quali ambiti vada davvero a cadere, ma insomma …

La storia no, per la storia attendevo lumi, ma più passa il tempo meno mi convince.

Arrivano a 60 anni anche quelli nati dopo di me, a proposito del tempo che passa. Occorrerà festeggiare.
In realtà il tempo non è un parametro oggettivo, come sappiamo. Un’ora con me – dicevo quando stavo a scuola – può sembrarvi un’eternità, un’ora col vostro ragazzo/a la ricorderete come brevissima. Eppure sono sempre 60 minuti! L’estate del ’67, tanto per dirne un’altra, la “summer of love”(per rimanere nella California qui sopra ricordata), durò obiettivamente i suoi soliti tre mesi, eppure io ne ho un ricordo lunghissimo, di una stagione dove non piovve mai.
Oppure esiste l’apparenza del tempo immobile. Ieri ho accompagnato mia sorella all’ingresso della sua scuola (era là per un Collegio Docenti, una di quelle formalità – anche se mai l’avremmo definita così al tempo dei Decreti delegati – per le quali la pensione è, oggi più che mai, desiderata e benvenuta). Lì ho incontrato una mia vecchia collega, perché gira e gira quelli siamo: assolutamente identica a vent’anni fa. “non sei cambiato/a”. All’apparenza persino Penelope dovette sembrare ad Ulisse la stessa, anche se c’è da dubitare assai sulla sua effettiva volontà di tornare ad Itaca.

Il tempo scorre e lascia invisibili cicatrici che poi compariranno tutte d’un colpo: una ragnatela dalla quale nulla e nessuno ti libererà più. Forse chiameranno il 118. Come ieri: uscito per fare due passi prima di pranzo, cade e batte la testa. Più di mezz’ora di rianimazione prima di un ricovero che … chissà.

Annunci