Il tifo – e non parlo della malattia – appartiene alla sfera dell’irrazionale. Non c’è oggettività, alcun motivo plausibile, riconoscibile ad occhio nudo e non attraverso le lenti di un seguace del vecchio Sigmund, che spinga, fin dalla tenera inconsapevolezza dei 5 – 7 anni, a “tifare” per una maglia granata piuttosto che per un’altra magari a strisce verticali bianche e nere. Tuttavia così andarono le cose, per lo meno sino a quando, sulle suddette maglie color granata, non venne cucito il (6 o 7?) scudetto. Nei brevi anni che seguirono quella ventennale passione declinò fino a svanire, così come in tempi anche più rapidi accade agli amori estivi o a passioni consimili nate per caso.
Ma come ben sanno i (frazione di 25) lettori che mi leggono dai tempi di Splinder, l’angusto spazio lasciato libero dai colori granata e non occupato da altre e ben più consistenti passioni – che allora parevano splendide e perenni, mentre oggi camminano lento pede verso un malinconico e definitivo tramonto: Saludos companeros de mi vida! – venne occupato (tornò ad essere, per la verità, occupato) dall’amore per la bella, ineguagliabile ed altrettanto irrazionale fatica del pedalare in salita. Passione praticata, anche.
Non si trattava più soltanto di amore per il colore di una maglia, per i suoi fasti e nefasti (più numerosi i secondi). La passione si incardinò alle gesta di uomini in carne e ossa, spesso pressoché sconosciuti (la televisione era meno invasiva, e dopo gli anni ’60 il ciclismo scivolò nelle ultime pagine), ma nei confronti dei quali scattava un feeling di assoluta irrazionalità che si concretizzava nell’esultanza per una vittoria altrui.
Dopo lunghi mesi di astinenza e di digiuno, questo final de temporada sembrava essersi messo al bello. Nella Vuelta Espana il mio campione stava conseguendo buoni risultati e ancora dovevano arrivare le tappe di montagna, dove certamente avrebbe dato dimostrazione di forza. Era fra i tre o quattro favoriti per la vittoria a Madrid. Sarei tornato ad esultare.
L’altro giorno sono saliti sui Pirenei, e pioveva (pioveva come su Brest: rappelle-toi, Barbara?). Pioveva più di quando Amanda correva verso la fabbrica per incontrare Manuel, nella breve stagione felice che precedette l’undici settembre 1973. Il mio campione è arrivato ai 2000 metri, con una temperatura di 4 gradi senza un solo gregario che potesse soccorrerlo con una mantellina e gli avversari lo hanno attaccato. Lui è arrivato al fondo intirizzito e ormai incapace di tener saldo il manubrio. Ha dovuto ritirarsi: ipotermia.
Ecco: se mettete assieme il fatto che per il mio campione questa era una delle ultimissime occasioni per vincere, l’immagine di quel malinconico e inesorabile tramonto di cui sopra, il Te recuerdo Amanda (che magari qui facciamo ascoltare in italiano) e un pochetta di bronchite con tosse stizzosa che oggi mi spingerà nell’ambulatorio della dottoressa, la caterva di libri qui attorno che ancora non trovano sistemazione sugli scaffali (tocca sacrificare qualcosa. Che cosa?), avete il quadro della situescion.
uniche noticine positive: ho già fatto l’orario provvisorio e fuori c’è un solicello malato.

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