Cortina era già Cortina, da un pezzo (freddura di scarsa rilevanza). Le Olimpiadi invernali, infatti, quelle con il pilota di bob dai capelli rossi, risalivano a qualche anno prima, e su di là Andreotti e Pertini avevano già scoperto località tranquille e poco affollate di cineoperatori televisivi, mica come ai tempi nostri, che sotto il campanile si contano più Suv e macchine blu che slitte per trasportare il fieno a valle.
Estate. Viaggio in camion verso l’Agordino e il Comelico con poche monete in tasca. Sono mance (allora il termine paghetta nonera contemplato dallo Zingarelli), frutto di piccole commissioni all’ufficio postale, depositi su conto corrente; somme anche rilevanti, per l’epoca, ma chi vuoi che sospetti di un quasi adolescente? E poi, nella grande città già attraversata dalle prime scorribande della banda Cavallero si sa che questi puntano le banche, mica lo scippo. Per la verità non disdegnano neppure gli uffici postali, ma forse nessuno ci ha pensato. Io men che meno; amo fare le commissioni, sono un ragazzo responsabile con gli occhi aperti.
Il camion sale fra i tornanti della statale Alemagna verso la nota fabbrica di occhiali, non so se per caricare o scaricare. Quella nota fabbrica che, col tempo (quello che assieme alla paglia …), diverrà uno dei fiori all’occhiello del made in Italy, prezioso frutto maturo dello sviluppo economico del Nord-Est quando arriveranno i favolosi “anni ‘90”. In cabina parliamo di calcio, credo. Entrambi tifosi del Toro, ma lui, nella sua vecchia casa di scapolo, ha appeso al muro della cucina la foto della formazione che cadde a Superga, lui forse l’ha visto, almeno una volta, Valentino giocare. Calcio ma anche ciclismo, perché Motta ha vinto il Giro da poco. L’ha vinto in salita, ma non scherzava eppure in discesa se De Zan gridava in televisione che: Motta ha sfiorato i 90! (con mamma che rabbrividiva) e Gimondi non riesce a seguirlo.
Si sale fra boschi di larici e abeti, nessuno dei due sa che quassù ci venivano gli inviati del doge a segnare le piante da spedire a Venezia via fiume. Il Piave è ancora soltanto il fiume legato ai ricordi di guerra tramandati la sera nel caldo delle stalle semibuie, ricche di segreti che non potrai scoprire se non sali attraverso quel cunicolo verticale che porta verso il fienile. Ma il fiume è tornato protagonista qualche anno fa: portava morti: uomini, bestie e cose fin giù a valle. Persino chi non l’ha visto dal vero ora lo sa con le parole di Paolini.
I camionisti sanno dove fermarsi. C’è un posto per la polenta e spezzatino, c’è quello per il baccalà e quello per il pesce fritto appena pescato. Poi ci sono i bar, per i gelati e l’aranciata San Pellegrino. Nei bar adesso, anche quassù dove l’inverno comincia presto e finisce tardi, e d’estate c’è così poca gente che quasi tutti i giovani preferiscono andar via a fare gelati in Germania, qualcuno ha messo – novissima cosa – una scatola in plastica e alluminio: giù-box lo chiamano. Una scatola che suona. E’ bello anche solo osservarne il funzionamento: tu schiacci due tasti e la massa dei 45 giri ruota su se stessa fin quando, zac, scatta la leva, preleva il disco prescelto … non sbaglia mai.
– Non bevi l’aranciata?
– Come no, ma intanto metto 50 lire

– Potevi chiedermene 100 che almeno ne ascoltavamo tre.
Se a 15 anni questa ti pare una delle melodie più belle mai ascoltate (e sai pure un po’ il significato del testo), non è che col tempo tu possa allontanarti molto da quell’imprinting. Per questo, nell’Ultima lezione, quello che segue è stato il secondo pezzo che ho fatto sentire.

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