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Sono tornato a casa con in testa il titolo d’un libro. Sapevo di averlo, delle caratteristiche dell’autore ho una vaga idea, so di cosa parla, ma non potrei giurare d’averlo letto. D’altra parte, per quanto risulti allineato agli altri miei, il libro non è mio: ne fa fede una breve dedica sotto alla data del lontano aprile 1975 (allorché, come spiega un desolato Moretti in Bianca: “ad un certo punto, andavamo tutti in Portogallo” – sarebbe ’74, ma non sottilizziamo).

Alfredo Panzini non si “porta” più, nessuna antologia scolastica delle più recenti credo ne porti memoria, e non è che ci si perda chissà che, ma se la mia libreria fosse disposta in maniera differente, credo che il libro citato nel titolo starebbe fra L’odore del fieno di Bassani e il DVD Novecento di Bertolucci.
In realtà, più che a Panzini, considerata anche l’origine siciliana del soggetto in questione, è al pirandelliano don Lollò che bisognerebbe far riferimento. Alle sue ire improvvise e tempestose: “Sellatemi la mula!”, “Vi fulmino tutti, figli d’un cane!” e a quella chiusura meravigliosa:
A una cert’ora don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un baccano d’inferno. S’affacciò a un balcone della cascina, e vide su l’aja, sotto la luna, tanti diavoli; i contadini ubriachi che, presisi per mano, ballavano attorno alla giara. Zi’ Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spintone mandò a rotolare la giara giù per la costa. Rotolando, accompagnata dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi’ Dima
”.
Che è successo stamattina? chiede il collega che sta tre piani più sotto.
Niente di più della replica di ieri (allievi presenti), rispondo. E di quella dell’altro ieri (senza allievi).
Un melodramma, ma senza musica. Quindi commedia dell’arte: urla, strepito e fracasso.
– Decido Io!
Quella che nel famoso colloquio di mesi fa disse a Bersani: “la società civile siamo noi”, fa il paio con questo “toro infuriato” al quale, per un tranquillo passo d’addio degli allievi, dobbiamo impedire di rompere la giara.

(con tanti saluti pure a Mazzarò, citato dai Taviani).

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