La vita, “quella vita ch’è una cosa bella”, come afferma con una certa ironia il passeggere leopardiano, poco prima di acquistare il suo almanacco per l’anno nuovo, in verità sembra più una ripetizione di cose già viste e di fatti già vissuti. Le uniche cose davvero originali, perché capitano una sola volta, sono tre: nascere, morire e nel mezzo, non così a metà come piacerebbe al mio amato stile rinascimentale che rende omaggio all’ordine e alla simmetria, ci sta la pensione. C’è più d’un motivo per cui mi spiace andare in pensione (e so di apparire blasfemo a chi mi invidia, in questo momento), ma il più importante fra essi è quello che, bruciati i ponti alle spalle, non rimane altro da fare che guardare avanti.
Lo sguardo in avanti, speranzoso e convinto, è sempre stata una delle attività che ho praticato meno. Attività essenziale per chi guida un automezzo, o per chi galleggia in attesa degli eventi, allo sguardo in avanti io ho sempre fatto precedere, indulgendovi spesso, il fatale sguardo di Orfeo (sarà perché mi piace la musica?).
Quest’oggi, però, ho provato a fare una cosa diversa. Sono andato a cercare una poesia che esprimesse fiducia nel futuro, sono pochi versi, ve li leggo e poi ve li faccio ascoltare
il mare più bello e’ quello
che ancora non abbiamo navigato.
il bambino più bello non e’ ancora cresciuto.

I giorni più belli,
i nostri giorni più belli, non li abbiamo ancora vissuti.
non li abbiamo ancora vissuti.

E qualsiasi cosa di più bella,
E qualsiasi cosa di più bella che vorrei dirti,
Non te lo detta ancora, non te lo detta ancora.

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