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la 2 volta
In questo fotogramma, catturato in una circostanza che poi racconterò, avevo esattamente 18 anni meno di quelli che mi consentono, oggi, di andare in pensione.
Mi piacerebbe poter dire che mi sento ancora gemello di quel fumatore lievemente perplesso e che l’unica variante intercorsa sta nella montatura delle lenti, ma forse occorre una buona dose di distratta indulgenza per poter sottoscrivere un’affermazione così. Perché ci sono segni che anche un grande direttore della fotografia non riesce a cogliere, ovviamente.

Siamo a circa mezz’ora dall’inizio, e a quel punto del film tutti hanno già capito per quale ragione la ragazza che si vede lì davanti a me sia costretta ad un domicilio obbligato, in una stanza 3×3 (credo), da condividere, fra l’altro, con quella che in un tempo ancora più lontano (quando già fumavo e portavo gli occhialini alla John Lennon, ma avevo anche un sacco di capelli in più) fu una compagna di scuola di mia sorella.
Paffutella, con due splendidi occhi azzurri e i capelli raccolti divisi in due bande dalla scriminatura centrale, la ragazza nasconde sotto queste caratteristiche, accompagnate da un abbigliamento assolutamente anonimo com’è giusto che sia, un passato burrascoso le cui personali conseguenze sembrerebbero ormai giungere quasi al termine. Non fosse per il casuale incontro con un incazzoso (e potrebbe mai essere diverso?) Nanni Moretti. Forse a quel punto della loro storia il regista e l’attrice (sto sempre parlando della ragazza che si vede là) erano già innamorati, perché, in caso contrario, io non ce la vedo proprio benissimo nei panni di quella che sparò a Nanni Moretti in nome del proletariato. Il viso giusto per una così avrebbe dovuto essere quello di Sonia Bergamasco, oppure quello di Lina Sastri (Segreti, segreti). Ma è solo questione d’opinioni, gusti personali. Va da sé che certe idee disastrose, di quelle in grado di contribuire a bloccare un processo storico progressista, potevano albergare allora dietro un qualsiasi sguardo, anche quello di una giovane donna dal profilo vagamente primo novecento (“bipartisci le chiome in bande lisce” scrive Gozzano).
Quanto a me, non si creda ch’io stia guardando in camera. Non me n’ero proprio accorto, quel sabato mattina di 18 anni fa, d’esser capitato in un set cinematografico; ero lì che sfogliavo libri usati come mi succede sovente, e non c’era neppure motivo che riconoscessi la Valeria Bruni Tedeschi che, fino a quel momento, avevo visto forse soltanto in un film di Pupi Avati. Solo qualche istante dopo le voci provenienti dalla via Po: ‘nnamo, Silvia, ‘nnamo? (e questo era forse Moretti), seguite dallo sgommare inconsueto d’un paio d’automobili mi fecero percepire ch’era successo qualcosa di cui sarei divenuto consapevole solo nella stagione cinematografica successiva.
Neppure il regista conoscevo, nonostante fosse torinese; per quanto qualcuno abbia poi pensato che forse io non ero là per caso, che noi ci conoscessimo per via di una comune militanza politica giovanile. No, no, mi toccava rispondere: mai stato estremista io.

Insomma, la ragione di tutto ciò: ero qua che sfogliavo fotografie, perché i futuri pensionati quello devono fare, ogni tanto; magari col recondito pensiero di spremere in qualche cartella dattiloscritta il ristretto succo della questione, che ha un gusto dolceamaro come ciascuno sa.

Ci sarebbe da aggiungere che lui, il regista, ch’ebbe poi una relazione, dicono assai litigiosa con l’attrice, la sua autobiografia (per quanto un poco pretenziosa, a mio parere) l’ha già pubblicata con Mondadori, ma di quel mattino in via Po non ne parla proprio.

P.S. Oggi è il 28 maggio, facevo il servizio militare quell’anno lì.

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