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Non avevamo ancora il televisore, arrivò l’anno successivo e verso la fine, perché il primo ricordo che ne ho credo sia la lunga trafila prenatalizia per l’elezione di Saragat alla presidenza della Repubblica. Ci vollero 21 scrutini, noi credo che appoggiassimo Terracini, prima di far confluire i voti su di lui (allora non c’erano defezioni).
La diga, però, l’avevo vista durante l’estate. Longarone era ancora un deserto di pietre bianche, fra le quali, giù in fondo, scivolava mormorando (per sua antica natura) il Fiume. Lo dice Paolini ma non è teatro: giù a valle, a distanza di mesi, ancora ripescavano oggetti, tracce di vita, memorie silenziose di una tragedia. La diga era là: ferma, alta, intatta. Papà scattò una foto.
Ci ritornai più d’una volta. L’ultima in bicicletta all’inseguimento della partenza d’una corsa ciclistica. Lungo la strada trovai la macchina della mia squadra del cuore, quando l’affiancai s’affacciò dal finestrino il portoghese (uno dei candidati alla vittoria quel giorno) incitandomi: “Agile, agile” mi disse cogliendomi in un momento di difficoltà. Li raggiunsi all’arrivo e mi regalò una borraccia. Altri tempi: quelli nei quali riuscivo a fare i quaranta all’ora in pianura.
Ieri il Giro è tornato lassù e il direttore sportivo dell’attuale maglia rosa è ancora quello stesso signore che guidava l’auto in quella lontana mattina di quasi trent’anni fa (il portoghese no, lui non so che fine abbia fatto), l’arrivo però era qualche chilometro sopra Longarone. Giusto quei cinque o sei chilometri che hanno consentito al corridore lituano di staccare l’uomo per il quale speravo in una vittoria. Non è un vezzo, è un vizio: io tifo quasi sempre per i perdenti, per i secondi. Per quelli bravi ma mai abbastanza, insomma (e mica parlo solo di ciclismo, naturalmente. Mi capita anche nella vita).
Questo fatto richiederebbe un’analisi. Cioè: stare dalla parte di Terracini, che pure ha firmato la Costituzione, sapendo che almeno metà dell’aula non lo voterà mai. Ha senso?
In quell’estate del ’64 non ero il solo a non saperne niente, eppure un senso ce l’aveva. Si stava consumando il “piano Solo” e mica soltanto ai danni di Moro e di Nenni, sarebbe cambiata la storia del Paese. Fu provvidenziale l’ictus di Segni (quello che giustamente viene ricordato anche in un colloquio fra Moro e Saragat, nel film di Giordana Romanzo di una strage).
Era l’estate del 1964. Il Giro l’aveva vinto Anquetil che poi replicò anche al Tour, mentre il campionato del mondo su strada andò all’occhialuto olandese Jan Janssen. I corridori italiani erano bravi, ma mai abbastanza. Appunto.
La canzone dell’estate era questa:
In autunno, invece, andammo a vedere questo:

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