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Si lavicchia, diceva Totò nell’indimenticabile Soliti ignoti. Qui invece piovicchia, nel senso che ogni tanto vien giù una scrollatina, quel poco che impedisce di star seduto sotto gli alberi del viale a leggere il giornale.
Non che ci sia granché da leggere, il lunedì.

Per la verità è già un bel po’ di anni che i giornali sembrano obsoleti nel loro ruolo di organi d’informazione. Ora c’è Twitter. “Spegnete i cellulari sino al termine delle votazioni” disse il segretario dimissionario; affermazione patetica e tardiva che neppure equivale all’antico adagio che consiglia di chiudere la stalla prima che i buoi scelgano il profumo della libertà. Consegnate i telefonini, si dice prima delle verifiche e dell’esame di stato. Da quel momento in poi, per qualcuno, è come il primo lancio col paracadute: Speriamo che si apra, pregano.
Dallo scorso sabato sera, per tutti noi se n’è aperto uno, stinto e rattoppato. Nessuno direbbe che quella tela un tempo fosse rossa, ma tutti ricordano, con qualche brivido, la cattiva prova che ha dato di sé nell’ultimo biennio. Così poco incoraggianti, insomma, sono le premesse che qualcuno vorrebbe fare quest’ultimo lancio abolendo del tutto il paracadute. A ben considerare non è una novità: Abbasso tutti, è il vecchio slogan di quando si “twittava”, con vernice bianca, rossa o nera sui muri scrostati o pericolanti del dopoguerra.
“Fuori voi, dentro noi”. Siamo ad un passo dall’assalto ai forni; “adelante Pedro, con judicio” avrà pensato tremolando il letterato Franceschini seduto al ristorante. Siamo quasi quasi al famoso giorno dopo raccontato da Verga in Libertà: “I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino”. Ce lo ricordiamo tutti come andò a finire, con quel “generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo”. L’esser soli (al comando) e piccoli di statura sembra una qualità costante in certi uomini.
Brigante se more, canteranno in seguito (anche se la canzone non è mica originale, la scrissero Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò, anche se al tempo (1979) poteva far agio contro il Potere, qualunque Potere.
Ora non stiamo a tirare in ballo la psicologia delle masse, che non è il mio mestiere, ma la musica, invece, mi perseguita: A lu suono della gran cascia/ viva sempre lu populo bascio,/ a lu suono de li tammurielli/ so risuorte li puverielle.
A lu suono de le campane/ viva viva li populane, /a lu suono di li viulini/ sempre morte a’ giacobini.
Erano i Sanfedisti che si riconsegnavano mani e piedi all’ennesima restaurazione.
Certo che anche Pagano, Cirillo, donna Luisa e gli altri … le loro colpe le avevano. Grosse.
Pensavano che un paio di primarie, due battute di Crozza o l’aplomb robespierriano di Santoro garantissero l’egemonia culturale.
Illusi.

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