Un gatto in amore verso le tre di notte, proprio sotto la finestra del bagno, o più semplicemente gli effetti di un caffè di troppo bevuto ieri sera al bar della scuola. E’ lontano il tempo nel quale anche un ultimo passaggio dal bar, prima di chiudere la serata, serviva al massimo come stimolo per un’altra sigaretta, ma lasciava intatte le ore notturne e ti risvegliavi senza il fastidio della pressione bassa e con l’intatta voglia di affrontare il mondo. Non è più così. I gatti lo sapranno … il perché. Forse.
The cats will know, scriveva Pavese alla vigilia del suo addio: “Ci saranno altri giorni, ci saranno altre voci. Sorriderai da sola”. Erano i tempi delle “osterie di fuori porta”, “Che qui da voi si chiamano piole” aggiungeva Guccini dal palco del Palasport, prima di incominciare con: “Un’altra volta è notte e suono …”.
Improponibile, per più motivi, l’idea di tirar fuori la chitarra alle tre di notte, anche se qualche disarmonico e saltellante accordo potrebbe forse, per un attimo, distrarre il gatto (o la gatta? Chissà) dai suoi calori primaverili. Meglio leggere.
Laura Pariani scrive libri meravigliosi intingendo la penna in un lontanissimo calamaio di cultura orale e prevalentemente femminile, che ti pare d’aver sempre avuto sepolto nel fondo d’una memoria sconosciuta, nebbiosa, quasi irrimediabilmente perduta. Le sue pagine grondano, anche in un lessico che pure non è quello della tua lingua madre, di echi profondissimi, paesaggi mai visti ma conosciuti, parole mai udite che ritrovi.
Credo d’aver letto quasi tutti i libri della Pariani. Purtroppo, e non può essere diversamente, il colore orchestrale delle sue partiture non può che essere il gozzaniano azzurro “color di lontananza” (Ma sì, lo dice anche Guccini che lì ha copiato pedestremente). Malinconia, nostalgia. E allora di notte non la si può leggere, soprattutto se il risveglio improvviso è avvenuto per colpa di un gatto (o una gatta? Chissà) che gode l’arrivo d’una delle sue (poche) primavere. Ma i gatti lo sapranno? Dico del numero, tutto sommato limitato, delle primavere che gli spettano.
O greggia mia, te beata che non sai, diceva il pastore di Leopardi.
Un paio di pagine, una sigaretta e nel frattempo la gatta e il gatto si son trovati. Torna l’oscurità silente col suo mantello di angosce e di paure. L’ora è incerta. Torno all’infantile gioco ipnotico che da sempre, da tanti anni ormai, mi immerge nel sonno. Tregua.

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