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Lo chiamavano così per via del colore dei capelli, naturalmente, e a noi piace pure pensare che anche il lato religioso dell’appellativo sia dovuto alla sua precoce passione per la musica (che per uno come lui, figlio di barbiere, meglio potevasi coltivare in ambito clericale), invece che ad una vocazione della quale poco ci importa, tant’è che ad un certo punto smise di celebrare messa. Passione che lo portò a dirigere una scuola musicale per giovani orfane, donne il cui destino sarebbe stato ben altrimenti periglioso, come ben ci ricordano le belle (e anche divertenti) pagine de La rivoluzione della luna (seppure collocate da Andrea Camilleri in altro ambito culturale e geografico), da poco terminato ed ancora qui sul tavolo.
Su di lui non mancarono, sebbene fosse di scarsa salute e conducesse vita piuttosto ritirata, i soliti pettegolezzi, pure se furono in misura assai più contenuta e meno pruriginosi rispetto a quelli circolanti sul suo conterraneo Baldassarre Galuppi, ieri ripresi in uno dei paginoni centrali di Repubblica.

La letteratura a tema criminale, il genere poliziesco il cui motore narrativo è dato dall’investigazione, potrebbe avere le sue origini con E. A. Poe. In Italia, fin dai primi decenni del XX secolo, essa si diffuse attraverso quello che venne definito “il giallo”, termine la cui responsabilità derivò in massima parte dalla casa editrice Mondadori (i famosi Gialli Mondadori). Successivamente, e con sempre maggiore frequenza, il termine “giallo” venne affiancato e poi in molti casi sostituito dal “noir”, mutuato dal linguaggio cinematografico. Naturalmente tutto ciò comportò il superamento e poi lo stravolgimento delle “regole” iniziali. Ma non è una ricostruzione puntuale quella che qui si vuol fare.
Personalmente, pur nella convinzione che la maggior parte dei testi pubblicati appartenga al genere della paraletteratura, ritengo apprezzabili e riusciti quei testi che si propongono di raccontare la realtà a partire dal crimine. Con tutto il possibile beneficio d’inventario, azzardo alcune mie preferenze: Scerbanenco, Carlotto, Lucarelli, De Cataldo … persino il duo Macchiavelli Guccini (talvolta).

Carlo Bonini è una “firma” di Repubblica. I suoi articoli vanno letti, talvolta persino fra le righe. Alcune pagine dopo l’articolo su Galuppi cui facevo riferimento poc’anzi, nel giornale di ieri c’era una recensione firmata da Bonini. Un libro uscito da poco, ambientato a Genova fra poliziotti e ultras, sullo sfondo (non ho capito quanto vicino) del G8. Se vale la definizione che ho dato: raccontare la realtà a partire dal crimine (o dalle sue adiacenze), credo che questo libro (anche in virtù della recensione, positiva senza entusiasmi) meriti d’essere letto.

Mi sono però chiesto come mai (e questa domanda la capiranno in pochissimi), per quale strano caso, il protagonista, una sorta di alter ego dell’autore di professione sovrintendente di polizia, si chiami – anche lui – Vivaldi.
I poliziotti scrittori hanno scarsa fantasia musicale, mi son detto!

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