Non avrà un’altra primavera il mio quasi coetaneo Pietro Mennea, colui che corse, almeno per una volta, più veloce di quelli che sapevano precedere il vento (vabbè, per via dell’Afghanistan non c’erano i neri americani, quelli che portavano i coturni ai piedi, ma vinse: oro ed alloro).
Seconda solo al ciclismo, mi piace l’atletica, la corsa mi piace. Pure se non seppi mai scegliere fra la corsa breve e quella di resistenza e alternai così l’una all’altra, senza ambizioni. Senza consigli.
E’ innegabile che, fin dalle origini, gli insegnanti di ginnastica che frequentai fossero un po’ “fascisti”. Colpa delle mie “cattive” letture – sicuramente – più che di effettivi riscontri. Ma tant’è. Finii col preferire i libri alla corsa campestre. Il “ragazzo di Barletta” invece continuò a correre, anche dopo Mosca e, se non sbaglio, arrivò fino nell’orbita democristiana (Per certi versi fu naturale così, era ormai un trapassato il tempo dei salti nel cerchio di fuoco).
Anche il maestro delle elementari ci portava in palestra, ogni tanto. Dopo un po’ di esercizi coi quali ritornava il caporal maggiore che forse era stato: in fila, riga destr-sinistr, dietro front, avanti marc, un due-un due … non c’era più il cerchio di fuoco ma il salto in alto. Che sfide! Un metro e dieci, uno e venti … senza tecnica alcuna, solo la voglia di primeggiare. Eccerto che s’era diplomato in camicia nera! l’età era quella. E amava la storia (un grazie, ancor oggi, da lontano) ma anche la poesia che ci leggeva in classe con la stessa enfasi che metteva nel raccontare i Mille e le guerre d’indipendenza. Alcune memorabili e altre no. Memorizzavo senza capire, inconsapevole dell’esistenza di una memoria involontaria che ha sede fra cuore e cervello: Oh Valentino vestito di nuovo
Mentre uno sconosciuto “ragazzo di Barletta” sfidava i coetanei sulle strade assolate della cittadina pugliese e noi si tentava in palestra un ridicolo record di classe, scendeva mellifluo nel cuore il dubbio degli ultimi versi, se oltre al saltare, l’amare e il cantare ci fosse un’altra felicità.
Solo le primavere a venire avrebbero offerto la desolata risposta.
“Primavera, estate, inverno ed autunno
mantengono puntuale il mondo
che ruota su di sé come una sfera
senza mai fermarsi”

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