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Per come me lo ricordo il quartiere della mia giovinezza viveva accanto alle fabbriche. Nei primi anni c’era persino una vecchia conceria quasi addosso alla scuola elementare, la quale, per parte sua, dava le spalle alle Ferriere dove, al turno delle 14, gli operai “mani nere di fonditori
arrivavano in bicicletta e mostravano il cartellino di riconoscimento per entrare. Di lì a qualche anno, ma neppure lo immaginavo, sarebbe toccato anche a me.

Lo si parlava ancora molto in panetteria, dal droghiere, fra le bancarelle del mercato (in v. G. Borsi e poi in v. Azuni), ma è soprattutto in fabbrica che io ho imparato il dialetto, il piemontese parlato a Torino. Una bella lingua che influenza, qualche volta, anche le mie preferenze musicali.
Poiché ogni anno, fra il marzo e l’aprile (non fosse altro perché è “mestiere”, è il mio lavoro), il pensiero torna sovente a quegli ormai lontani venti mesi fra il Settembre e l’Aprile, ieri ho postato su FB una canzone dialettale di Roberto Balocco che ha per argomento la Resistenza. Non ricordo con precisione la prima occasione d’ascolto, che credo risalga ad un quarantennio fa, ma se è rimasta così a lungo nella mia memoria e fra le canzoni preferite, immagino ciò si debba al fatto che, sin da quella prima volta, ne compresi quasi tutte le parole, quelle imparate, appunto, in officina. Ero un manutentore; avevo una qualifica, non lavoravo “in linea”. Fra i miei compagni di lavoro moltissimi parlavano preferibilmente il piemontese.

Quella sera presi il “59” per recarmi non so dove ed incontrai un amico ch’era salito un paio di fermate prima. Mentre nello scarso traffico serale dei primissimi anni ’70 il pullman filava veloce verso il centro città, parlammo di lavoro. Del suo di studente e del mio. Fu lui a pronunciare l’espressione “aristocrazia operaia” in riferimento alla mia attività in fabbrica e all’ambiente nel quale essa si svolgeva, questo lo ricordo con precisione assoluta. Anche se ora non saprei dire se con quella “qualifica” egli intendesse farmi rilevare la parziale distanza che ancora esisteva fra noi, operai di mestiere, e l’operaio-massa, il cui protagonismo stava rapidamente crescendo dopo l’autunno caldo, o se, invece, intendesse semplicemente farmi sapere che stava leggendo Lenin piuttosto che “Americanismo e fordismo”.
Non lo so. Ricordo dove stava andando: verso l’inizio della sua carriera politica (terminata, un po’ sottotono, un paio di mesi fa). Scese ed io proseguii. Non avevo grandi mete, tant’è che sono approdato qua.
In quegli stessi locali nei quali il mio amico si stava recando, molti anni dopo, quando ormai della distinzione fra operaio-massa e operaio di mestiere s’era persa ogni traccia (quasi del tutto quelle linguistiche), venne fondato un piccolo club musicale che ancora sopravvive, nonostante la programmazione (e il biglietto d’ingresso) che oserei definire, non per il solo gusto di associare pensieri e parole, un pochetto “aristocratica”.
Erano gli anni della “teologia della Liberazione” (Helder Camara, Camilo Torres), temi ai quali il mio amico era piuttosto attento; ed anche quest’ultima mia libera associazione, ora che abbiamo un nuovo Papa, non è del tutto casuale. “ven a taj” (giusto, a proposito) come si sarebbe detto allora, in officina.

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