“Mio nonno votava comunista”.
No, non il mio, che con tutta probabilità ebbe l’opportunità di recarsi la prima volta alle urne solo nel 1913, forse in grazia del fatto che aveva prestato servizio militare(non credo avesse la licenza elementare), e poi bisogna vedere se ci andò, visto che l’affluenza fu del solo del 58%). Votò ancora (o almeno ne ebbe l’opportunità) nel 1919 e poi nel 1921 e nel 1924, ma difficilmente avrà dato il suo voto ai comunisti, anche se la provincia, a quel tempo, non era ancora così bianca come divenne poi. Al plebiscito del ’29 andò quasi certamente (91% di votanti) e poi morì (di tetano).
Per quanto fosse nato ben 20 anni prima, giusto in tempo per vedere la luce sotto gli arrembanti Savoia e non sotto i ben più colti Asburgo-Lorena, il nonno paterno, invece, ebbe ben poche possibilità di votare, poiché morì alla fine del primo conflitto mondiale (l’epidemia di spagnola fu la causa).

Insomma: la frase che sta là in cima l’ha detta stamattina, quasi a giustificarsi, un tale al quale la mia compagna chiedeva, un po’ impertinentemente, come mai uno come lui (il classico intellettuale del sud, ho pensato io), avesse deciso di votare quella sorta di sacerdote del vaffanculo che ben conosciamo, mentre egli replicava, per parte sua, che sempre da suo nonno aveva imparato a votare a sinistra e così aveva fatto sino alle precedenti votazioni.
Perché è pur vero (io ne sono convinto) che la maggior parte dei voti quello là li prenderà a destra, ma è altrettanto significativo il numero di coloro che non riescono più ad estrapolare la differenza che (forse) esiste fra Crozza e Bersani ed hanno deciso di fargliela pagare (non al comico). Sì, perché poi così ragionano: facciamogliela pagare e votiamo Dulcamara (in fondo, il melodramma è nato qua e a noi l’opera comica non dispiace mai).
A scuola votano in tanti per la prima o seconda volta; l’altra volta fu Berlusconi, questa volta Grillo. Monti gode di qualche simpatia fra i docenti, ma pochissimi la lasciano trasparire.
Poi ci sono posti dove vado (anche) per sentire l’aria che tira.
Un tempo le bancarelle dei libri usati stavano sotto i portici di palazzo Carignano. Comparivano dopo l’esaurirsi del mercato abusivo dei testi scolastici e rimanevano là sino ad estate inoltrata. Quello che vendeva i testi più interessanti dicevano fosse di destra e, in verità, ne possedeva un poco anche il physique du role, ma io da lui ho sempre comperato bene.
Ora, è già da molti anni, i libri usati si vendono in via Po, sulla sinistra scendendo da piazza Castello e, poco più giù, compero talvolta anche i dischi usati. I venditori sono quasi tutti giovani, fatta eccezione per una signora che fece una comparsata in un vecchio film di Olmi, e ad un dietrologo come me questo lontano passato lascia maggiori curiosità di quelle che riservo ai suoi libri (anche perché lei non ha più troppa voglia di vendere, mi pare. Affastella libri in pile intangibili pena il crollo dell’intera bancarella).
Questo tragitto, pur senza esagerare con le somiglianze e senza attribuire troppa verità a coincidenze effimere, ed anche in virtù d’un passato affollato di ricordi, canti bandiere, a me fa pensare un poco ad una sorta di “rive gauche” torinese. Lo frequento spesso e volentieri.
Ci sono quelli di sinistra dichiarata, quelli di sinistra apparente e quelli per i quali vendere libri o scatolette di Manzotin è uguale. Ma quando sono di cattivo umore, invece, penso siano molti di più coloro i quali distinguono la destra e la sinistra soltanto per indicare il lato della via Po sulla quale esercitano il loro mestiere di venditori.
Nella cura con la quale solitamente dispone i suoi pochi testi, interessanti e spesso appena usciti, frutto d’una cernita non casuale corrispondente alla volontà di vendere idee e non solo carta stampata, avevo intuito in lui un’affinità che non mi dispiaceva. Fu quindi una sorpresa poco gradita quella di trovare, sabato scorso, accanto ai soliti libri anche il materiale propagandistico del M5S. Interrogato, io credo, anche lui direbbe: Mio nonno votava comunista.
Ci sono molti Km di portici a Torino. Dai tempi di Ascanio Vitozzi a quelli più recenti relativi alla periferia urbana, essi sono una caratteristica della città, anche in giornate climaticamente ostili essi consentono lunghe e meditabonde passeggiate senza la necessità di aprire l’ombrello. Certo che le numerose borse di carta firmate con nomi (a me) sconosciuti sono quanto di più distante ci sia dal petrarchesco Solo e pensoso, eppure (esattamente come Petrarca per altre ossessioni) non riesco a non pensare al fatto che, in un tempo non lontano e sotto queste stesse volte a cassettone o a botte, camminavano, fiduciosi di sé e del loro futuro, nonni che votavano comunista.

Annunci