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1953 dicembre
Sono nato sotto la neve, o almeno così si raccontava. Ed è più che probabile, perché era dicembre, il paese sta proprio sotto alle montagne e le stagioni possedevano ancora un loro ritmo regolare che io dubito torneremo mai a ri-conoscere. Era quel ritmo naturale della vita ben esemplificato sui libri di lettura che ho fatto in tempo a sfogliare, essi scandivano con esattezza temporale immutabile la stagione delle foglie cadute, quella della neve sui campi e quella delle rondini che tornavano a garrire sotto il tetto mentre il campanile squillava una Pasqua imminente. Pascoli, Pezzani, ed Angiolo Silvio Novaro con la sua Pioggerellina di marzo furono fra le lacrimevoli ostetriche del mio povero sentimento poetico. Levatrici, si diceva a quel tempo, il tempo delle nascite in casa.
Nevicava anche l’anno dopo, al tempo delle mie prime foto all’aperto (Brutte foto, non so se può bastare Photoshop che non ho), eppure ero lì in pantaloncini corti. C’è un’idea di sole, arricchita dal doppio sorriso dei genitori, ma non riesco proprio a capire se, fin da allora, fossi naturaliter imbronciato oppure no.
Sta di fatto che non ho mai voluto imparare a sciare e che la neve m’infastidisce. Soprattutto qui, adesso, mentre la osservo dai vetri seppellire una Panda malamente gommata: la mia. E poi non scende neanche lenta, a larghi fiocchi, come scrivevano quei poeti là, come più tardi cantò Antoine (Cade qualche fiocco di neve). No, qui scende fitta, verticale o obliqua a capriccio del vento … E fa pure freddo, a dirla tutta, altro che pantaloncini corti o l’eskimo sempre svolazzante degli anni che vennero poi
Smettila. Sulla strada del davai era molto peggio. E tuo zio, che quella tua stessa neve aveva visto e forse amato come temporanea tregua del lavoro agricolo, oltre a non avere neanche più una madre alla quale indirizzare un pensiero, iniziò forse su quell’interminabile strada innevata ad addormentarsi per sempre.

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