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Che in tutta la platea del Conservatorio vi fosse un solo operaio l’hanno sottolineato i quotidiani di ieri e ribadito quelli di stamane. Uno su mille? Più o meno. Oh! tenete presente che i sette o otto eventi organizzati da Repubblica (la Repubblica delle idee) ruotavano tutti intorno al tema del lavoro. Quel che i giornali non mi pare abbiano scritto è che Marco è venuto a prenderselo, “l’uno su mille”, l’ha portato sul palco, l’ha fatto microfonare e lui, il saldatore dell’azienda tramviaria torinese, s’è mostrato tranquillamente a suo agio, persino di più delle due prof interpellate poco dopo: quella di musica e quella che insegna “trattamento testi”. Comunque, anche gli insegnanti presenti non erano tantissimi, al punto che dopo aver “chiamato” tre o quattro professioni, Paolini ha detto: Ma non sarete mica tutti commercialisti?
Ma come ci si era arrivati lì? All’appello delle professioni.
Aveva cominciato con un pezzo del monologo su Ustica (attualità pura), e poi con una vecchia foto che mostra i romani in camicia bianca e cravatta che guardano il decollo degli aerei dalla rete di recinzione di Ciampino, la didascalia era di Flaiano. In poco più di dieci anni il mondo s’è capovolto, commenta Marco, gli italiani ora non si accontentavano più di guardare il decollo degli aerei, ora li usavano per spostarsi, assolutamente inconsapevoli (quelli di quella volta) di poter morire nel bel mezzo di una battaglia aerea. Cos’era accaduto nel frattempo? s’è chiesto il mio conterraneo, figlio d’un ferroviere. Ed è partito dai treni.

Ha cantato a cappella (e malino, diciamolo pure) I treni per Reggio Calabria. Dice: quando cominciai, nei Festival dell’Unità, non potevamo fare solo teatro, ci toccava anche cantare altrimenti … (altrimenti avrebbero fatto un forno, come si dice in gergo). Ora i Festival dell’Unità non ci son più, ora si va in teatro prenotando via internet, ciascuno una poltrona e con lo smartphone sempre acceso: un occhio al palco ed uno ai messaggi in arrivo. Ma non è questo che interessa. Lui aveva avvertito: guardate che la canzone della Marini è più lunga della Locomotiva di Guccini, l’ha cantata così così, d’accordo. Ma perché, alla fine, non c’è stato neanche un applauso? Deve essere successo in quel momento, mentre io che ricordavo bene quegli anni e non solo la canzone m’asciugavo una lacrimuccia (anche di quelle interne che non si vedono) e mi chiedevo, con ritardo, perché nessuno avesse applaudito, deve essere successo lì che Marco ha deciso di impostare diversamente la serata ed ha cominciato a chiedere che professione avevamo segnato sulla carta d’identità. Anche perché lui ha provato a chiederci se ricordavamo il perché di quella canzone (e il mio vicino di posto, quello con lo smartphone, ha sillabato incongruamente: Primo maggio)… Niente, una platea di teste per lo più canute, ma ormai malamente abituata ad una comicità à la carte, fornita dai Crozza o dalle Littizzetto, forse ricordava meglio del mio vicino di sedia, ma certo non aveva più voglia d’ascoltare quelle storie là.
Per il resto è stato bravo, come al solito. Applausi finali e tutti a casa.

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