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“Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono proprio quando le preparano i poeti e i pittori purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte”.
(Giaime Pintor, Lettera al fratello, novembre 1943).

Erano più di trent’anni che non mi imbattevo in questa frase. Essa stava nella prima pagina (o in una delle prime) della mia tesi di laurea, e mi era parsa quella giusta per definire da quale punto di vista ideologico avesse preso le mosse quel compositore al quale stavo dedicando il mio ultimo lavoro degli anni di Università. Sono tornato ad incontrare quelle parole questa sera, quasi al termine del libro che stavo leggendo, una quasi autobiografia, lasciata incompiuta per la morte della protagonista, nata nel ’26. Quel musicista, essendo nato nel ’24, poteva considerarsi suo coetaneo, ma non so se ebbero modo di frequentarsi, pur essendo due intellettuali iscritti allo stesso partito, immagino di no.
Non so dire adesso, dalla siderale lontananza del 2013, quanto quelle frasi potessero ancora considerarsi attuali nel tempo in cui le trascrissi sulla tesi. Lo erano per me, ma io ero un novizio già in ritardo sui tempi delle vocazioni, talvolta precoci, di chi aveva poco più della mia età. La stagione dell’impegno, della quale il protagonista della mia tesi era stato, insieme ad altri, attore di prima fila, era già arrivata agli ultimi fuochi. L’engagement, che per due lunghi decenni aveva contrassegnato qui da noi il dibattito culturale sulle riviste, nelle opere degli artisti, nelle conferenze e persino nei quotidiani non di partito, non si portava più, se vogliamo usare quest’espressione molto torinese. Era demodé. Forse una delle ultime occasioni fu la veneziana “Biennale del dissenso”, ma già era stato pubblicato sull’Espresso l’articolo di Craxi su Proudhon e la vecchia “battaglia delle idee” si avviava così a trasformarsi in rissa politica. Nessuno, a quella data, era in grado di prevedere la slavina putrescente dalla quale saremmo poi stati sommersi, ma proprio per questo eravamo le mille miglia lontani dall’idea che, come ha meravigliosamente scritto oggi Lidia Ravera, saremmo miseramente approdati ad accostare il foscoliano silenzio dell’urna con la rumorosa corsa alle urne di questi giorni.
Giorgio Napolitano reggeva allora la sezione Cultura del Comitato centrale.
La signora di cui ho appena terminato la lettura della sua quasi biografia fu certamente un’estimatrice di Giorgio Napolitano. Sul piano politico, voglio dire, ché sul piano caratteriale mi risulta difficile crederlo, poiché ella visse per più di 25 anni con una persona che era quanto di più distante si può pensare dal flemmatico aplomb del nostro attuale Presidente. (Il quale, certo, ogni tanto si commuove, ma dice anche cose che preferiremmo non sentire da uno col suo passato).
Erano anni diversi (quelli della mia tesi) c’era Pertini, allora, al Quirinale.
Nella mia personale interpretazione della fatica di Sisifo, quella che mi fa giungere puntualmente in ritardo su qualsiasi momento cruciale della vita, leggevo libri assolutamente datati, oggi dimenticati: Che cos’è la letteratura, per esempio, di J. P. Sartre, che ancora ingombrano gli scaffali delle mie librerie, Una pietra sopra, di Calvino, Scrittori e popolo, di Asor Rosa. Rileggevo quasi come fosse ancora cosa di quei giorni la stagione del Politecnico, il dibattito su Metello … Un vezzo (o un vizio?) questo del recuperare affannosamente memoria, dal quale non sono guarito ancora, se è vero che, richiusa questa Una vita, quasi due, il prossimo che mi attende lì, chiuso ancora nel cellophan, è Sbatti Bellocchio in sesta pagina.

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