Tentazioni,
(alle quali risponderò come sant’Antonio a lu deserto, che si mangiava l’insalata).
Sorpresa e meraviglia; e quanto posso essere grato di questa offerta di compartecipazione al “vecchio” Lino?
Tanto. Ma è troppo superiore alla mia voglia attuale.
C’è un tempo per tutto, ma una cosa alla volta.
Anzitutto ‘sta storia dell’ex terrorista non pentito io la devo finire. Devo starci dentro, immerso sin al collo, tirando fuori, tra le cinque e le dieci di sera, quel poco di mestiere necessario per commentare Farinata che vien fuori a mezzo busto, o Pascoli e l’inganno dell’estate novembrina, quando mi toccano le ore di quinta. E poi il resto, qua, fra muratori e idraulici che vanno e vengono per sistemarmi il bagno. Ho un occhio per tutto ma il cuore sta dentro a questa sola cosa. Questa storia a metà fra invenzione e memoria, che valga poco può darsi non è questione di “gloria”; condividere e basta mi accontento di questo, perché il tema lo sento come altre volte è già stato: un pezzo di vita da posare su carta. Nulla di più, ma in quest’acqua ora nuoto. Nella memoria.
Sono in fuga da solo, ma non sono un passista: mi riprenderanno per strada? Pedalo, scrivo. Si vedrà.
E poi: quale monografia? Hanno già scritto tutto.
La musica è un pezzo di vita, certo, dal “campanon di san Giusto” in poi. L’ho infilata anche qui, in quest’ultima storia, ma era facile, lo ammetto.
Canticchi da solo, osservò lei quella volta. E già. Fin dai tempi in pantaloni corti, dentro quella cucina grande col divano e la radio addossati al muro ancora fresco d’intonaco. Canticchiavo da solo. Bastò quella frase per mettere a nudo una felicità interiore che forse solo a pochissimi era stato possibile di svelare prima, mascherata com’era sotto la faccia prevalentemente incazzata col mondo.
Monografie. Ce la scrivi una monografia?
L’altro giorno da Feltrinelli sfoglio un libro appena uscito, sospetto fortemente d’aver già incontrato altri libri dell’autore, ma lascio perdere: anche la memoria ogni tanto vuol riposare. Bella la foto, bello il titolo. Com’era? Canzoni ribelli? Qualcosa di simile: dal Cantacronache ai cantautori italiani.
Mi chiedo quante volte l’han già scritta ‘sta storia, ancor prima che lui, l’autore, nascesse perfino. Sfoglio e non c’è nulla di nuovo, forse qualche foto. Neppure un’intervista. D’altro canto cos’altro vuoi che abbiano ancora da dire di nuovo Amodei o Guccini; mentre De Andrè e Dalla Mea, come Endrigo o Modugno c’hanno lasciati più soli da un pezzo.
Una monografia. E su chi, poi?
Hanno già scritto tutto e perfino riscrivono. Perché, cos’altro pensi che sia quel libro recente di Luigi Manconi, per esempio, se non la riscrittura, più distesa e meditata magari, di quel che scriveva quando si faceva chiamare Simone Dessì? E il tempo e i capelli erano ancora lunghi.
E poi c’è sta cosa che io non sono fatto per la completezza. Lascio sempre indietro qualcosa. Anche quando scrissi la tesi su Nono mi fermai al ’68 – ’69. Mi bastava, e bastò anche alla commissione per darmi il massimo; furono magnanimi o forse pensarono che persino Michelangelo aveva lasciato lo Schiavo appena abbozzato.
E poi io so scrivere soltanto di quel che davvero mi piace. E a me non piace tutto Guccini, e neanche tutto De Andrè, e neppure Gaber, e di Endrigo, per dire, la cosa che forse mi entusiasma di più è Camminando e cantando che non è neppure sua.
Disastro.
Io amo le compilation. “Disfo” i dischi per rimontarmeli al masterizzatore e vado avanti per settimane ad ascoltare sempre gli stessi pezzi. Ho innamoramenti feroci e relativamente brevi. C’è stato il periodo del beat, quello dei cantautori, quello della canzone politica e poi via via, avanti e indietro, sempre più selezionando, scartando, distinguendo e mescolando, sino alle monomanie: la musica greca, ma no: solo Theodorakis, anzi: soltanto Maria Farantouri e poi solamente quella dei recital dal vivo dopo la caduta dei colonnelli greci.
E canticchio da solo.
Certo che se ne spreca di energie così. Per fortuna ho una buona memoria e non tutto va perduto (se escludiamo quei dischi che stupidamente rivendetti da giovane, quando passavo da un amore musicale all’altro). Così ogni tanto ritornano anche gli antichi amori e ci sorridiamo, felici per il nuovo incontro.

Cos’è la musica per me?
La musica e la politica, certo. La canzone come documento storico, per ogni accadimento uno o più brani musicali e mica solo dai tempi di Quella sera a Milano era caldo, che avevo 16 anni e scoprivo il mondo insieme al fatto che nel 1898 ce n’era stata un’altra di strage a Milano (l’ho detto prima: avevo dietro/dentro persino il campanon di san Giusto e anche le cento penne del bersagliere che poi divenne il partigiano che non ne ha nessuna).
Sì, questo è il tema, preponderante. Che se Spartaco avesse cantato qualcosa sicuramente lo saprei. Cantarono alle Termopili, ne sono certo, e probabilmente fu un canto simile a quello che gli Yo Yo Mundi hanno dedicato ai martiri di Cefalonia. Chissà.
E mica solo la politica in senso stretto, perché Io vado in banca dei Gufi, ad esempio, dice molto sul boom economico, almeno quanto Eskimo di Guccini dice sul ’68. Oppure Maremma che racconta il dramma dell’emigrazione con maggiore intensità di quanto faccia Mamma mia dammi cento lire.
E non è solo questo, però.
Provo a dirlo con una canzone? Non mia, l’ha scritta Alberto D’Amico, uno che scriveva canzoni politiche al tempo del Canzoniere veneto (con Bertelli, Luisa Ronchini, Stefano Ricatti, altri …), poi se ne andò a Cuba e tornò con questa (forse bisogna ascoltarla, c’è su YouTube, anche perché la trascrizione delle parole l’ho fatta ad orecchio e non sono veneziano):
Beo beo sol che camina sulla Secca, sul canal de la Zuecca, beo beo sol, beo sol sui do Castei sull’orto dei ebrei. Beo beo sol su ‘n batelin da sciopo che va via de galopo, de galopo…
Quando l’acqua gera un zogo se cantava el zigo zago, ‘ndavimo col Mago a le Zattere a nuar, el pie ne sbrisava sul lastron de piera bianca e dal pontil de la Palanca se potevimo butar…

Beo sol de sant’Alvise te ga trentasie camise. Beo beo sol, beo sol de san Marcuola te ga l’abito che svola
Beo beo sol quando ‘e perle se ‘mpirava e Luisa la cantava: Semo tute impiraresse, semo qua de vita piene, tuto fogo, ne le vene core el sangue venesian.
Me ricordo l’oto Marso el masseto de mimose, e ‘a camisa co ‘e rose, e ‘l merleto fato a man.
Beo sol de sant’Alvise brusa tute ‘e camise, daghe fogo a ‘e rose, brusa el sangue venesian.
Beo beo sol

Ecco, io questa canzone che rimpiange un sole lontano nel tempo, una felicità fatta di niente, una politica ch’è delicata come un merletto ma impersonata dal fuoco delle “impiraresse” ricordate dalla voce di un’amica scomparsa (Luisa Ronchini morì nel 2001), l’ho quasi consumata nei riascolti. Io che non ho mai regalato collane di perle, né frequentato impiraresse, che non mi sono mai tuffato da un pontile e che l’otto marzo non regalo mimose a nessuno.
Non so perché. Forse per via della dolcezza del dialetto? Forse perché anche a mia madre piaceva cantare e la Ronchini, in fondo, aveva solo qualche anno meno di lei?
Non so, se penso che una sera sono entrato in classe e, senza premettere nulla, ho fatto ascoltare questa canzone ai miei allievi, mi vien da ridere. C’era soltanto un veneto fra loro. Sono rimasti in silenzio a guardarmi e sono sicuro che hanno pensato: ma questo è un matto. Poi ho spiegato loro un po’ di cose e le canzoni che seguivano forse le han capite meglio.

Ecco, non so come concludere.
Forse queste righe potrei intitolarle Compilation n°2 e allegarle a quel breve testo che scrissi anni fa intitolato soltanto Compilation nel quale avevo provato a mettere insieme un pezzo di biografia e alcune canzoni. In verità questa cosa l’ho fatto anche altre volte, ora che ci penso. Ecco: siccome Guccini docet, per certi aspetti sempre, potrei fare come lui. Lui ha la serie delle Canzoni di notte, anche nel disco che uscirà fra breve c’è una Canzone di notte n° 4, io potrei radunare le mie Compilation.
No, non ora. Ora c’è questa storia da chiudere: La memoria è una facoltà che dimentica.

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