Tag

Che importanza vuoi che abbia una data?
Sì, certo, in confronto alla già troppo abusata affermazione secondo la quale gli studenti d’oggi attribuiscono alle Brigate rosse anche la strage alla stazione di Bologna …, nulla. Sbagliare una data relativa a un episodio che hai vissuto o del quale, comunque, fosti spettatore più o meno attento …, vuol dire poco o nulla.

Forse era questa penombra creata artificialmente all’interno della stanza, per difendersi dal naturale solleone d’agosto, a predisporlo verso tanta indulgenza. Forse il silenzio attorno, l’abatjour accesa, un fastidioso assolo di violino che proveniva dalla radio che trasmetteva Shostakovich nell’altra stanza … Di solito, però, non era così permissivo. Ricordava, anzi, un lontano quaderno di Storia sul verso del quale aveva trascritto, in bell’ordine, tutta una serie di date che costituivano immancabilmente l’argomento della prima parte di ogni verifica orale. Allora, quando ancora venivano definite interrogazioni (non programmate).
Indulgente sì, ma … Un conto è quando, nel corso di una discussione, prendi un granchio relativamente ad un nome, ad una citazione, o sbagli una data per via di un’associazione d’idee che in quel momento ti porta al lapsus. Diverso è il caso quando scrivi.
Aveva perdonato più volte ai suoi allievi – allievi sì, perché quel famoso quaderno di Storia s’era rivelato, alla fine, come un seme affondato in un terreno ben concimato – perdonava loro il non ricordare la data del rapimento Moro, mentre aveva insistito con più pervicacia sul fatto che dovessero ricordare la data del 12 dicembre. Quel 12 dicembre. Perché le date periodizzanti – quelle – non si possono non conoscere. Possedendole, insisteva, è anche più facile ricostruire i fatti.
Diverso è il caso quando scrivi. Se scrivi un saggio, un articolo, una relazione, un post come va di moda oggi … Oppure un libro – che troppi se ne pubblicano, sosteneva – , devi essere preciso, non avere fretta di schiacciare “stampa” dal menu File. Altrimenti dai l’idea di non averlo manco riletto, e forse anche l’editor sembra abbia sfogliato con la superficialità che, ai tempi in cui lui andava con scarso rendimento a rastrellare i campi d’estate, sua zia definiva con quella bella espressione: Maria passavia.
Che se poi la data è marginale …, vabbé. Ma in quel libro era strettamente legata al tema fondamentale, all’argomento principale, tant’è ch’era stata premura dell’autore inserire al fondo la solita clausola: ogni riferimento a persone e fatti è da ritenersi puramente casuale.
OK. Però se a pagina 46, all’interno di un episodio ambientato nel 1972, un personaggio fa esplicito riferimento ai Nap e a Prima Linea, come lo dobbiamo considerare costui? Un chiaroveggente?
D’altra parte, in quella sorta di viaggio di andata e ritorno nel tempo col quale l’autore aveva articolato il suo romanzo, erano proprio i capitoli relativi alla prima metà degli anni ’70 i meno riusciti e più fantasiosi. Se non altro, mancava in quelle pagine proprio l’ironia che vi avrebbe invece versato a piene mani uno come Massimo Troisi – se ne avesse voluto fare un film. Proprio quel Troisi che, dalla prima all’ultima pagina del libro, finiva col far pensare che l’autore avesse voluto regalarci (14 euro, si fa per dire!) una descrizione un po’ troppo risentita della sua giovinezza.

(Prof, non te la prendere!).

Annunci