Tag

Uno dei motivi per cui s’accumulava così tanta carta scritta attorno a lui era la sua incapacità a liberarsene. Conservava a lungo, senza tuttavia alcun metodo che non fosse la sovrapposizione, giornali, inserti, pagine di giornali, riviste e articoli ritagliati, salvo poi decidere a distanza di mesi o talvolta di anni, di arricchire così, d’improvviso, la raccolta carta che si svolgeva settimanalmente nel cortile di casa. Poi però interrompeva quei raptus distruttivi con una nuova cernita, e allora si rimetteva lì a rileggere, a risfogliare, a ripensare ai motivi che l’avevano spinto a conservare quel foglio, quella recensione, quel saggio. Le domande che si faceva e le risposte, finivano così col dimezzare soltanto quel mucchio di carta che s’era deciso in prima battuta a gettare completamente.
Con i libri la faccenda del riordino era ancora più complicata, anche perché non avrebbe mai potuto pensare di gettarli, neanche i brutti o gli inutili, nel cassone giallo della carta da macero. Rivenderli, se possibile, o regalarli, piuttosto. Intuiva, nel mandare i libri al macero, un qualcosa di peccaminoso, un gesto analogo all’atto di gettare il pane raffermo nel bidone dei rifiuti organici. Un fatto che esprimeva il deprezzamento della vita e del lavoro, un oltraggio alla povertà, che andava sempre più diffondendosi negli usi e costumi da quando al pane comune s’erano affiancate, nell’euforia d’un consumo per così dire personalizzato, decine d’altre forme e qualità. Lui non aveva dimenticato che col pane vecchio, posto in un sacchetto di tela accanto al termosifone, si faceva il pan grattato per impanare la carne il pesce o le verdure e che col pane ammollato si facevano i gnocchi di pane insaporiti con un po’ di noce moscata. E così erano molti i libri che stazionavano a lungo in quel Limbo immaginario costituito dal piano della scrivania, sul tavolino da notte, o sul piano basso della libreria in attesa di destinazione.
Libri e dischi rappresentavano da sempre la spesa maggiore della sua vita, quella più costante, nonostante il vizio del fumo richiedesse quotidiani contributi ormai da qualche decennio. Da giovane, tuttavia, aveva avuto come tutti noi minori disponibilità economiche e, soprattutto, una più rigida capacità di distinguere fra ciò che andava letto e quel che, invece, poteva (o addirittura doveva) essere rifiutato. Il sospetto che le idee del nemico (o quelle dei tanti amici del nemico) si debbano conoscere per meglio essere combattute lo aveva quasi sempre lasciato indifferente. E questo era ciò che lui avrebbe sostenuto, ma in realtà, già allora, era assai più malleabile di quanto volesse far credere. Col tempo, quindi, quella malleabilità era divenuta permeabilità a largo spettro, e ne era un segno il fatto che i libri di saggistica, una sorta di nucleo fondante della sua prima libreria, avevano ceduto poco per volta il passo e lo spazio a quelli di narrativa. Visto quanto era successo nel mondo, d’altra parte, dai tempi in cui aveva abbandonato I pirati della Malesia per buttarsi a capofitto nella lettura di Stato e rivoluzione, non poteva che finire in questo modo, sosteneva. Anche se poi, la narrativa che davvero preferiva era quella che lasciava intuire, fra le righe e gli spazi bianchi, un’eco anche lontana, quasi perduta, forse inconsapevole, di quei pamphlet degli anni ’70, di quelle riviste che duravano lo spazio di un mattino, di quelle teorie ottocentesche che tanta vitalità avevano dimostrato ancora per lunghi decenni del secolo successivo. Che poi vi fossero davvero tanti libri di quel tipo era cosa della quale andava sempre più dubitando ad ogni nuovo acquisto, ciò nonostante continuava a cercare continuamente conferme, ricevendone in cambio puntuali smentite. E questa era la causa principale relativa all’incremento degli ingressi in quel Limbo di indesiderati dal quale assai difficilmente si salpava verso lo scaffale apposito, così che la maggior parte dei testi rimaneva lì come i viaggiatori della speranza sull’isola di Lampedusa.
I libri di saggistica, invece, quei pochi che ancora comperava: arte, storia, musica, erano come badanti rumene e un posto lo trovavano ancora nel loro scaffale apposito. Scaffali che, dai tempi di Stato e rivoluzione, contenevano tanta roba sconosciuta ai più, invendibile a chiunque. Sconosciuta soprattutto a coloro che, immemori di una città che chiudeva i battenti con l’inizio del turno di notte per riaprirli alle sei del mattino, ora facevano il piccolo cabotaggio fra le boutique di via Roma indossando una t-shirt con su scritto: Karl Who?
L’aveva entusiasmato quella scritta e avrebbe sicuramente acquistato la maglietta se un giro rapido su Google non l’avesse rapidamente disilluso.

Annunci