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E’ più che evidente che non ho nulla da spartire col cittadino Luigi Capeto, che con tale identità fu condannato dal Tribunale rivoluzionario. Molto meglio mi si attaglia, in queste ore, il sentimento che connota la protagonista nei primi versi di questa canzone di R. Gianco.

All’epoca del boom eravamo in 7 ad insegnare Lettere, le classi erano una ventina, la Fiat sperperava i frutti della sua vittoria dell’ Ottanta e Di Pietro imperversava in tv: Ma benedetto Iddio, assolutamente sì o assolutamente no?
Come per il già citato Luigi Capeto, anche per noi ora è scesa la mannaia.
Ad insegnare Lettere, l’anno prossimo, rimango solo e, con petrarchesca attitudine nelle prossime sere invernali, muoverò i miei passi, non ancora così tardi e lenti, lungo i corridoi deserti della scuola. Accidia e Malinconia cammineranno al mio fianco.
Salvo eccezioni (preziose peraltro) chi perde cattedra e titolarità non aveva accesso alla mia simpatia.
Perdono ore, invece, gli amici, che salveranno un’ormai svalutata titolarità ballonzolando sul trapezio che li pendolerà fra la Caienna del corso diurno e le poche ore superstiti nel Paradiso perduto del corso serale.

Restano, al loro posto immobili, e questa presunta oggettività delle graduatorie d’istituto ancor m’offende, il Fotografo Silente e Insipiente, nonché lo Stanco Ripetitore di Unità didattiche sempre uguali.

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