5 B SIRIO: C’eravamo tanto amati… che poi sarebbe anche il titolo di un film che avrei tanto voluto farvi vedere se solo avessimo avuto più tempo, stretti, invece, fra i calcoli per la retta di massima pendenza e l’ineguagliabile lunghezza della formula per il calcolo dei frutti pendenti. Non ce l’hanno lasciato questo tempo, ma quel pezzo di storia d’Italia narrato dal film, un tempo che vissi anche in prima persona – in diretta, direste voi – spiega ancora qualcosa del presente e potete sempre andarvi a cercare il DVD.
Sì, il mio sogno sarebbe stato quello di raccontarvi gli anni della Repubblica, quella che adesso chiamano Prima, anche attraverso i film e le canzoni, poiché ci sono sequenze filmiche e parole in metro libero fra chitarra e fisarmonica che narrano il passato (e il presente) meglio di quel che può fare uno che sta seduto dietro ad una cattedra. Che poi a me sarebbe piaciuto anche andare in giro per l’aula chiacchierando, ma eravate troppi, non c’era spazio. E’ accaduto raramente.
Spero di avervi regalato almeno un po’ di curiosità, comunque, d’essere stato un insegnante di quelli che restano (per un po’) nella memoria, non soltanto perché fu tra coloro che vi diedero l’opportunità di arrivare a quella vigilia che canta (con Venditti): Maturità, t’avessi preso prima.
Ché, a dire il vero, nonostante i compiti corretti in ritardo (e a qualche altro difetto), io non ho mica dubbi sulle mia capacità di trasmettere conoscenza, pure se, in fondo, la mia fu una vocazione tardiva (se il termine non è esagerato) e quindi – credo – un poco più sincera di quella espressa da un personaggio del racconto di Fenoglio intitolato: Pioggia e la sposa. Un racconto da leggere se si vuol sapere cos’era l’Italia contadina (dalla quale io provengo, assieme ad alcuni altri vostri docenti), e nel quale c’è un prete ch’è l’esatto contrario di quello cantato da De Gregori in una delle sue primissime canzoni: Vocazione 1 e ½.
In realtà, anch’io come Svevo, non sono mai stato in analisi e quindi non saprei datare il momento esatto (se c’è) in cui mi scoprii la vocazione dell’insegnante. Certo: i più attenti fra voi avran capito che esistono il mestiere e la vocazione; e se alla vigilia della pensione non credo d’aver ancora imparato bene il primo, la seconda, forse, m’era stata instillata sin da tempi insospettabili (probabilmente da quella sera in cui andammo a vedere Ben Hur ed io presentavo sottovoce personaggi e contesto a mia sorellina).
Se poi, invece, vogliamo razionalizzare (ché tutto, in fondo, va ricondotto alla ragione, poiché senza Illuminismo non si ha rivoluzione ma soltanto jacquerie), un primo momento di feeling col mestiere d’insegnante lo ebbi nei primi anni ’70 leggendo un brutto fatto di cronaca che a Torino conobbero in tantissimi, tanto che entrò in un libro (Il commissario di Torino), poi nella sua versione filmica (Un uomo, una città) e infine in questa canzone che in molti imparammo a cantare e suonare allora.

Naturalmente sono passati secoli da quel dì, il fucile, la guerra, i servi, il padrone sono parole desuete e quasi nessuno più le intende nel senso che avevano allora (una mia amica di penna ha scritto qui sopra: questo non è un blog, è un sito archeologico! Proprio perché scrivo ancora quelle parole là), persino la Fiat non sta più a Torino (il padrone ha delocalizzato!).
Rimane, uguale come allora, l’idea che senza cultura non c’è emancipazione.
L’esame è una formalità, quel che la scuola davvero poteva darvi finisce qua. AUGURI!

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