Una volta era più facile giudicare. Come con le scarpe: c’erano solo alcuni modelli, molto caratterizzati; erano quel tipo di scarpa e basta. Ora invece tutto è più confuso, uno stile si è intrecciato a un altro: le cose non sono più nette.

Allora: io pensavo che il dover togliersi le scarpe entrando in casa altrui fosse un capriccio (anche nel senso musicale del termine), un virtuosismo del quale non si può chiedere conto (Paganini non ripete, infatti). Me n’ero fatta una ragione, comunque, poiché sono persona accomodante e, su richiesta, entro in certe case come in una moschea.
Stavo leggendo due libri. Uno, quello di Meneghello,vecchia storia, l’ho dimenticato accanto al computer di scuola; l’altro è un libro recente, scritto a quattro mani (quindi quattro autori, poiché un libro è altra cosa rispetto a un pianoforte) nel quale ho riscontrato che il tema del lasciare le scarpe sullo zerbino pare sia di un’attualità insospettata. Uno dei quattro autori, fra tante altre inessenziali cose, riferisce anche d’aver discusso a lungo con la moglie (convivente, per la verità, ed anche questa è una delle cose sulle quali si sofferma) proprio su quella questione. In un momento successivo, una terza voce sosterrà poi la tesi che lasciare le scarpe fuori della porta è doveroso in quanto i bambini leccano il pavimento di casa. M’è venuto in mente che in Bianca, il lontano film di Moretti, il solito Michele Apicella appena giunto nella nuova casa disinfetta con l’alcol tutti i locali. Non so quanto ciò sia in relazione con la psicologia di Moretti, ma certo è che in quel film Michele Apicella ha un rapporto decisamente interessante (direbbe il dottor S.) con le calzature.
Vecchio scarpone quanto tempo è passato … No, non ho cambiato tema. M’è tornata in mente questa canzone che risale al tempo di un’Italia contadina, quando, effettivamente, uomini e donne che tornavano dai campi o dalla stalla lasciavano le scarpe sull’uscio e rientravano in casa a piedi scalzi. Si potrebbe dire che quell’Italia non è morta con le lucciole pasoliniane. E invece no. A quei tempi un libro costava 350 lire ed era, magari, firmato Hemingway (Addio alle armi fu uno dei primissimi e vendutissimi tascabili Mondadori). Il libro di cui parlo, invece, costa 17 euro e 50, però – vuoi mettere? – è nientemeno che un diario in pubblico, peccato che ora non possa continuarne la lettura, per motivi che è inutile star qui a dire (Ho un rapporto conflittuale con la lettura, di questi tempi, anche il libro di Luigi Manconi non mi piace per niente, per esempio). Comunque: prima o poi arriverò al fondo e capirò se è giusto o no togliersi le scarpe. La cantante è d’obbligo.

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