Occorrerebbe una verifica puntuale negli schedari posti in segreteria amministrativa, tuttavia, ad occhio, si può forse affermare che la maggior parte dei componenti il Collegio Docenti si colloca in un’età media che va dai 40 ai 50 anni. Essa appartiene, pertanto, non già alla generazione che “fece” il ’68, bensì a quella fascia corposa di (oggi ex) studenti che, all’epoca del ben meno festoso ’77, frequentava le ultime classi del liceo o quelle dell’università.
Accade immancabilmente al momento degli scrutini di fine anno che questa maggioranza di 40-50 enni rilanci l’allarme sull’infimo livello di competenze raggiunto dagli alunni (dai propri alunni) e riproponga, pertanto, quale unica medicina l’antico criterio della non ammissione, accuratamente evitando qualsivoglia autoanalisi individuale e collettiva e sottolineando soprattutto come un allentamento dei criteri di valutazione (che essi sostengono essere ormai in atto da tempo con progressività geometrica) riporti la scuola al nefasto clima sessantottino (quasi nessuno osa esprimere, in verità, il corollario successivo, pur essendone erroneamente convinto, e cioè che da quel clima, che si ritiene intrecciato di lassismo e ideologia, maturò poi la buia stagione del terrorismo). Tutto ciò accade anche perché si è diffusa da tempo l’erronea convinzione che l’obiettivo del “sei politico” sia stata, a suo tempo, una delle “richieste” del ’68. Non è così.
Per quel che concerne la scuola media superiore, la principale conquista del ’68 fu il diritto di assemblea (di classe, d’istituto ecc.) ovvero la libertà di parola, e bisognerebbe aver memoria (anche letteraria o cinematografica, in mancanza di quella personale) per comprendere la forza dirompente di quel diritto (oggi minimamente usato) entro l’autoritarismo imperante nella scuola pre-sessantottina.
(Tale diritto, fra l’altro, venne accordato con una circolare firmata dal ministro Sullo, un democristiano che non esitava a dimettersi, sia quando propose un’avanzata riforma urbanistica (1962) bocciata dal suo stesso partito, sia nel ’68 quando, ministro della Pubblica Istruzione, non ottenne il sostegno necessario per una più ampia riforma della scuola).
L’altra conquista “del ‘68” fu la liberalizzazione degli accessi all’Università. E’ più che evidente che una parte non piccola degli attuali docenti non si troverebbe dietro ad una cattedra se quella riforma, osteggiata con forza al tempo (e talvolta ancor oggi), non fosse andata in porto, assieme all’altra che prolungava a cinque anni il corso degli istituti professionali. Altra riforma, questa, che consentiva a coloro che non avevano possibilità pratiche e materiali di giungere, avendone la volontà e le capacità, all’Università.
Terza e ultima conquista “del ‘68” fu la riforma dell’esame di stato. Riforma controversa e discutibile, se non altro perché rimase “provvisoria” per un ventennio, senza che il tempo intermedio fosse realmente impiegato per una riforma egli ordinamenti scolastici. Riforma discutibile ma necessaria, in quanto ormai la scuola d’élite era stata doverosamente smantellata e ci si trovava di fronte ad una scuola di massa frutto anche del boom delle nascite postbellico (fenomeno, questo, col quale, a differenza delle scuole elementari e delle medie inferiori, le medie superiori hanno, ancor oggi, un rapporto conflittuale come dicevo all’inizio).
L’ondata riformista del ’68 avrà poi il suo momento culminante nella legge del 1974 (i cosiddetti Decreti delegati), non a caso uno degli obiettivi politici del precedente ministro dell’Istruzione.

Cosa c’entra dunque il ’68 con il cosiddetto sei politico? Nulla.
Il ’68 fu egualitario ed antiautoritario, ma nel ’68 si studiava. Ha scritto Fulvia Perina, ex direttore del Secolo d’Italia, oggi esponente di Futuro e Libertà, una che non fece certamente i cortei degli anni ’70 all’ombra di striscioni rossi: “Molti studenti sessantottini sapevano di letteratura e di filosofia più di tanti insegnanti (e politici) contemporanei”.[ http://www.ilpost.it/flaviaperina/2010/06/09/la-marcia-indietro-della-gelmini-e-la-scuola-del-68/%5D
Il sei politico (che in realtà ebbe ed ha una fama di gran lunga superiore alla sua attuazione) arrivò dopo e fu la risposta che “le vestali delle classi medie” come si diceva allora, ovvero gli insegnanti che erano stati scavalcati dal ’68, accordarono, in un clima di sostanziale irresponsabilità, all’estremismo parolaio (e non solo) della seconda metà degli anni ’70. Quasi inutilmente erano passati i contributi della pedagogia progressista, di Visalberghi sul rapporto fra esperienza e valutazione, di De Landsheere sugli obbiettivi, di De Bartolomeis sul rapporto fra valutazione e orientamento, di Vertecchi a favore della valutazione formativa. Infatti anche la nostra illustre concittadina Paola Mastrocola, una alla quale l’idea di selezione sorride come un’alba vista dalla cima del Monviso, quando scrive di scuola (troppo a mio avviso) cita unicamente il povero don Milani (che aveva le sue buonissime ragioni) e che ormai chiunque pare in grado di strattonare per la tonaca.

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