L’ha letta anche lei questa notizia, sì?
No, di solito io me ne frego altamente dei sondaggi, però colpisce che più della metà degli italiani (popolazione che sta invecchiando – male) sembrerebbe propensa ad affidare le proprie sorti politiche ad un leader giovane. Chissà poi cosa vuol dire giovane, 20, 30, 40? e poi lo vorrebbero laureato, meglio se docente universitario (perché non ne abbiamo ancora avuto abbastanza evidentemente). Quanto alle ricette, solo il 25 % di questo paese di cuochi improvvisati, per lo più indecisi fra il fast e lo slow, pensa che l’equità (che non è ancora eguaglianza) possa essere un buon ingrediente; quanto alla moralità – un pret a porter che si toglie dalla naftalina ad ogni cambio di governo – si colloca un pizzico più in basso, solo poco più di un quinto degli italiani la reputa necessaria (forse l’importante è solo non esagerare).
Il metodo? Il metodo sono le riforme, più della metà degli italiani ci crede (o ci spera?), ma poiché anche questa è parola inflazionata dai tempi di Giolitti (il nipote), di Ruffolo e Ugo La Malfa, e sapendo che i provvedimenti saranno dolorosi ci si augura siano graduali e condivisi, in quanto tutti hanno ben presente il puntuto ombrello di Altan e vorrebbero farne generosa parte con l’intera popolazione del bel paese ove il sì suona. Condividiamo; d’altra parte fin dai tempi più remoti lo si scandiva in corteo: come mai come mai sempre in culo agli operai …, (or che i tempi son cambiati in culo anche agli esodati).
Sull’inattendibilità del sondaggio fa testimonianza il fatto che un italiano su tre vuole la rivoluzione. E’ quindi evidente che fra i vecchi ombrelli preposti all’antico uso e i neologismi che si impongono, nell’immaginario collettivo ancora galleggiano vecchie parole che assomigliano sempre più a un paio di jeans délavé.

Non le piace Pagani? A me parecchio, quasi sempre, e poi jeans délavè suona molto meglio di Jeans scoloriti.
Naturalmente sappiamo tutti molto bene che le rivoluzione è un’altra cosa, questa:

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