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Quando ero piccolo e mi ero da poco trasferito nella casa che abitai per un quarto di secolo, davanti a quell’enorme palazzone nuovo di zecca non c’erano ancora quelle sei corsie asfaltate che oggi consentono un traffico discretamente veloce fra il sud e il nord ovest della città. La strada era bianca, anche nel tratto che la collegava al vecchio edificio scolastico, isolato laggiù, fra vecchie fabbriche che ogni tanto lampeggiavano colate di metallo e ciminiere affumicate che esalavano i veleni di una conceria.
Tuttavia, proprio lì, sullo spazio antistante le decine e decine di finestre e balconi dalle quali speranzosi ci affacciavamo verso il boom economico, c’erano gli orti. Insalate, pomodori e zucchine rigorosamente recintate da cancelletti in legno e quotidianamente rinfrescate con l’acqua che bisognava andare a prendere alla fontana più vicina. Quegli ortolani improvvisati, fra un turno e l’altro alle Ferriere, andavano coi loro carrettini a riempire gli annaffiatoi al “toro verde”, un oggetto di arredo urbano (oggi pressoché scomparso o non più attivo) con un piccolo muso di toro che sputava acqua, talvolta considerata persino migliore, in alcune zone della città, di quella che sgorgava dal rubinetto della cucina. Leggende metropolitane, chissà …
Ma assieme agli orti e fino ad un’altezza che era quasi quella del mio balcone, e di fronte a quell’altro dal quale un mattino cadde, sfracellandosi al suolo, la bambina incustodita che insegnò a tutto il rione ad aver attenta cura dei fratellini più piccoli, c’era il traliccio dell’alta tensione. Su quel traliccio mi arrampicai almeno un paio di volte sino al cartello in metallo con un teschio stilizzato, poi devono avermi dissuaso con le buone o le cattive. D’altro canto ai simboli di morte eravamo abituati, nell’atrio della scuola elementare erano ancora esposti enormi poster che riportavano l’immagine di ordigni bellici e delle loro invalidanti conseguenze se maneggiati con noncuranza infantile.
Una quindicina d’anni dopo, sul quotidiano Potere Operaio, una testata che si pubblicava allora nell’illusione che “fare come in Russia” non fosse uno slogan da consegnare alla storia dell’occupazione delle fabbriche nel corso del biennio rosso, comparve una foto del “compagno Osvaldo” “caduto in combattimento” ai piedi di un traliccio (non il “nostro”, naturalmente, ch’era già stato abbattuto e i cavi interrati, prima del getto d’asfalto di cui dicevo all’inizio). Scomparsi anche gli orti, oramai.
Come sia morto il “compagno Osvaldo” ancora oggi non si sa e così, come per i tanti altri “misteri d’Italia”, il tempo che scorre serve soltanto a rendere più inestricabile la storia. Ben che vada, a distanza di anni, puoi scoprire i resti del cadavere di Placido Rizzotto, ma non quello di Mauro De Mauro, ad esempio.

Quando uscì ci piacque, inutile negarlo. Era, esattamente come gli aveva detto Monicelli in un dibattito televisivo un anno prima, una commedia all’italiana scritta e girata con un linguaggio che noi, quelli della mia età, diceva Monicelli, non sapremmo usare. Bene. Ci piacque quello e ci piacquero i successivi, ma certo: ve lo vedete voi, oggi, un regista debuttante con un film (Io sono un autarchico) che ha girato soltanto i cineforum andare in televisione per discutere con Moretti avendo come moderatore Arbasino e un pubblico di amici/addetti ai lavori? Neanche per idea. Bisognerebbe sapersi accontentare dei privilegi di cui si gode e dei talenti che si hanno. Invece no. Da un certo momento in poi i film cominciarono ad avvoltolarsi su se stessi; come i girotondi. Le idee ripetitive, come filastrocche. Fino al recente, errato, inutile, attacco a Rifondazione.Il fatto di essere “rappresentati degnamente” (chi?, dove?) gli fa accettare anche il governo Monti.
Rideva, sardonico, in quel lontano dibattito alle parole di Monicelli che si attribuiva un piccolo merito nell’aver cambiato, con i suoi film, un pochino, poco, il costume italiano. Rideva dall’alto di una spocchia intellettuale unita alla consapevolezza di appartenere a quella classe sociale che in Italia non ebbe mai a temere davvero i cambiamenti di regime. Rideva e noi equivocammo. Fino a Palombella rossa equivocammo, ma anche La stanza del figlio fu un bel film.
Rideva, in modo diverso da come avrebbe fatto Alberto Sordi, il suo polemico termine di paragone. Un ghigno che Sordi non era forse mai riuscito ad esprimere, convinto, quella giovane promessa del cinema italiano impegnato, che anche lui avrebbe cambiato, se non il mondo, il costume degli italiani.
Infatti, la maglietta con la vespa l’ho comperata persino io.
Un pezzo di questa storia è qua

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