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… perché, come diceva quel mio amico là (sempre lo stesso, sì – abbiate pazienza, sto preparando questa maxi-verifica, per stasera, su Svevo, Pirandello, Gozzano, Tozzi; salute/malattia nella letteratura fra 8 e 900 -): “Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché, m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto [abbia, direi io oggi] bisogno di cura o d’istruzione per guarire”.


Se qui c’è la metà del mio cuore, dottore,
l’altra metà sta in Cina
nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.
E poi ogni mattina, dottore,
ogni mattina all’alba
il mio cuore lo fucilano in Grecia.
E poi, quando i prigionieri cadono nel sonno
quando gli ultimi passi si allontanano
dall’infermeria
il mio cuore se ne va, dottore,
se ne va in una vecchia casa di legno, a Istanbul.
E poi sono dieci anni, dottore,
che non ho niente in mano da offrire al mio popolo
niente altro che una mela
una mela rossa, il mio cuore.
E’ per tutto questo, dottore,
e non per l’arteriosclérosi, per la nicotina, per la prigione,
che ho quest’angina pectoris.
Guardo la notte attraverso le sbarre
e malgrado tutti questi muri
che mi pesano sul petto
il mio cuore batte con la stella più lontana.

(parole di Nazim Hikmet)

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