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A Sanremo ci andò uno che per non essere entrato in finale (forse) si ammazzò. Oggi ci va una cui non basta essere bella, in un contesto nel quale la bellezza pare rimasto l’unico valore apprezzabile (oltre ai soldi per comperarla), vuole anche farsi dire stronza da chi quel contesto non frequenta e aspramente lo contesta in disastrosa minoranza; lei va lì a dimostrare l’inessenzialità degli indumenti intimi, e ai più vecchi torna in mente quanto ci si sia pericolosamente infognati dai tempi che Marylin teneva i suoi in frigorifero.
Di Celentano ho già detto. Anche lui come sant’Agostino cerca di farci scordare i suoi anni giovanili quando muoveva il bacino al tempo di rock and roll, ma noi abbiamo sufficiente memoria per ricordarcelo manesco, democristiano e conservatore (e uno schiaffo d’improvviso le mollai sul suo bel viso rimandandola da te); se avesse fatto politica nel modo tradizionale starebbe con Casini e Buttiglione (senza disdegnare Giovanardi). Invece, purtroppo per noi, ha preferito infliggerci solenni pipponi in musica o in prosa, più o meno allo stesso prezzo. Dev’essere l’aria di Milano: pure l’ultimo Gaber era così, anche se si teneva abbastanza lontano dalla televisione.
L’eco del suicidio di Tenco durò, più o meno, lo stesso tempo ch’è stato dedicato alla disamina vedo-non vedo del caso Belen; con una sostanziale differenza: là rimasero alcune buone canzoni (compresa quella di Tenco, magari la versione originale), qua non resta niente. A che serve Sanremo? Bisognerebbe chiederselo.
Non ho guardato il Festival. Nei tre minuti durante i quali ho lasciato il televisore su quella posizione ho visto un attore decente, approdato al ruolo di protagonista con Basilicata coast to coast, mettere insieme un monologo di parole scurrili, non so se per prendere tempo o se questo era il testo che gli era stato scritto; in ogni caso sono andato su Rai Storia e là mi sono fermato.
All’indomani del Festival del ’61 (?), Sergio (ch’era il figlio della sarta dove andavano mamma e la zia – qualche volta! ) si mise al piano (ne aveva uno verticale, piccolo, appoggiato al muro della cucina) e si mise a suonare Al di là. All’indomani del Festival del ’58, io e Sergio (questo era un altro, figlio di un riparatore di flippers) ci mettemmo sul balcone per cantare a squarciagola Volare oh oh. La sera del Festival del ’68 andai a letto con in testa un motivo che non mi riuscì mai più di scordare (questo) e con la mamma che diceva ch’era una bella canzone (lei intendeva un bel testo; e questa considerazione sarebbe un buon materiale per il mio analista).
Ma persino di quel ’67, annus horribilis per la mia carriera scolastica e così pregno di ricordi musicali, ricordo che destava attenzione quel: Voi che state combattendo in silenzio e senza gloria.
Perché il Festival lo ascoltavamo con le orecchie, sì, ma avevamo gli occhi aperti al mondo (mica solo alla farfallina).
ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni /e voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni, /da qualche parte un giorno, dove non si saprà, /dove non l’aspettate, …

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