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Intanto potresti portarti dietro questa (eventualmente, perché penso di averti dato musiche a iosa sul tema, no?).
E poi quella foto.
Forse riconosci il nonno lì al centro, intorno ai vent’anni. Tra l’altro: che culo ad aver conosciuto tutti i tuoi nonni, in realtà è una fortuna che toccherà a tanti della vostra generazione poiché ora si vive più a lungo, abbastanza lontani dalle bombe e recintando di ansiose prevenzioni quasi tutte le malattie, forse confidando nella smemoratezza di Atropo o nella perdita delle sue cesoie.
Non so quando l’hanno scattata, non c’è data, ma secondo me sono tre dei quattro fratelli. Sono giovani, nel cerino acceso vi è anche un minimo di spavalderia (o di fretta), ma non c’è un’aria allegra dentro quegli occhi che noi sappiamo essere chiari, e sappiamo anche perché manca. Anzi: quello più giovane ci nasconde anche lo sguardo, forse era lì un po’ scazzato, come diremmo noi, però vestito a festa con la farfallina ed è l’unico ad avere un vestito elegante. Chissà quale donna della famiglia gli era stata vicino quella mattina, quale zia o cognata gli stirò quella camicia col ferro scaldato sulla stufa, e chi gli infilò la penna nel taschino (anche il nonno ce l’ha, visto? Perché anche un contadino con la giacca stazzonata sa che è importante saper scrivere). Vorrei sapere il perché di quella foto.

Il fotografo deve aver detto loro di non guardare in macchina e così, guarda caso, ciascuno fissa un punto differente, diverso come il loro destino futuro. Quello che sta giochicchiando col fiore ha un aria un po’ da poeta, da artista, no? Naturalmente sa che fra un po’ gli faranno indossare la divisa, dopo i fratelli più vecchi, certo, ma poi la cartolina precetto arriverà anche a lui. Quel che non sa, ciò che quel povero fiore da studio fotografico non gli lascia indovinare è che non gli basterà fare il servizio militare; lo richiameranno. Anni dopo, quand’era già uomo fatto, ai tempi dell’Operazione Barbarossa, quando quell’altro decise che bisognava correre in soccorso del vincitore, dell’alleato tedesco.
E lui non tornerà più indietro. Lui che era bello, biondo, anche di salute cagionevole, dicono. E di carattere? No, di carattere era come tutti loro, mi ha risposto la nonna in uno dei nostri ultimi colloqui. Invece mi era parso, anni prima, che la nonna avesse avuto un debole per quel fratello giovane del nonno, ma forse era solo un’impressione errata, dettata da quel che accadde.
Da richiamato tornò a casa una sola volta: per sposarsi. E fra le tante che forse lo corteggiavano (bello era e biondo e di gentile aspetto) scelse quella col nome peggiore, un nome foriero di nubi e tempeste in quegli anni là. Apollonia si chiamava, anche se tutti lassù la conobbero come Polonia. Non fece in tempo a fare figli, finisco lassù e poi torno deve aver detto alla Polonia quella mattina, come se si fosse trattato di andar di corsa a raccogliere il fieno prima di un temporale.
Invece dopo l’otto settembre i tedeschi lo fecero prigioniero. Non so se era già ammalato, l’unica testimonianza resta una lettera di un cappellano militare che arrivò nel maggio del ’45. In ogni caso lo costrinsero a lavorare per i tedeschi, non so dirti dove, come tutti quelli che da prigionieri di guerra videro il loro status derubricato in internato, qualifica non diversa da quella di schiavo. Naturalmente non gli avranno fatto fare il contadino altrimenti sarebbe sopravvissuto. Non so neppure quando giunse al campo di Luckenwalde (allo Stalg III/A), il cappellano resta sul generico, si preoccupa soprattutto di assicurare che è morto con i conforti religiosi e ricordando i propri cari uno ad uno, curato (aggiunge la pietà religiosa del cappellano) da un medico italiano; ma è abbastanza probabile che lo abbiano adibito al lavoro in miniera e che sia morto di tubercolosi (perché questo è quel che, ricordo, diceva il nonno).

Il fratello di tuo nonno morì il 17 febbraio del 1944.

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