Quando lui è lì che interroga di Storia, chiude gli occhi e li sente incespicare nella notte; al tonfo li riapre.
Corregge, porge loro un sestante ed indica le stelle.
Un sorriso lo allontana. Retrocede col pensiero alle canzoni scaricate la mattina (che in tutto questo anche You Tube ruba il suo spazio); a quel tempo che fu di ferro e fuoco, con le bussole nostre invano minacciate da campi magnetici esterni.
E mentre, zoppicando, loro riprendono il cammino verso l’oasi delle sufficienze, io scruto nel professore che li ascolta l’inquieto reduce che alberga in lui
.

Ecco. E’ un (bel) po’ di tempo che mi sento come dio. Uno e trino.

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