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Il 16 gennaio del ’69 ero probabilmente a scuola. Non credo d’aver registrato immediatamente il fatto.
Intanto perché le notizie venivi a conoscerle col telegiornale della sera e le approfondivi sui quotidiani del giorno dopo, naturalmente molto dipendeva da quale quotidiano e dal tipo di notizia, mentre il telegiornale – come si sa – quello era uno solo, lo stesso che esattamente 11 mesi dopo, nel corso della nostra cena, avrebbe annunciato: Catturato il mostro. Insomma: l’attualità viaggiava più lentamente, c’era più tempo per riflettere e memorizzare, nessuno aveva notizie così urgenti da doverle comunicare per via telefonica mentre camminava per strada o facendo la coda in panetteria; nessuno si sentiva addosso l’ansia di un Robinson in mancanza di campo o di connessione. Anche perché il campo era il luogo che allora moltissimi cercavano di lasciare per entrare in fabbrica, dove un migliore salario se lo sarebbero assicurato dimostrando di saper connettere – vale a dire assemblare fra loro con estrema precisione – due particolari meccanici. Era quel che allora veniva definito “il capolavoro”: un’ottima esecuzione del medesimo ti salvava dalla “linea”, consentiva il passaggio di categoria, qualche cambiale in meno da firmare e il diritto allo studio per i figli (che intanto cominciavano a lasciar crescere i capelli oltre il colletto della camicia e strimpellavano in cantina. Ma poi anche l’automobile, certo, l’idolo che veniva lavata e asciugata ogni domenica mattina in attesa dell’estate.
Insomma: di Jan Palach, ma soprattutto del perché fosse morto in quel modo, penso d’aver saputo dopo. Dopo quanto?
Il LP di Guccini “Due anni dopo” uscì nel 1970, è probabile che io l’abbia acquistato l’anno successivo, forse in seguito all’uscita de “L’isola non trovata” che fu il primo che comprai di lui. Difficile ricostruire la mia biografia musicale di quel biennio, ci ho già provato altre volte; anche se ho tutt’ora una bella memoria visiva del pomeriggio che ritornai in quartiere portandomi a casa “Folk-beat n°1”; perché i dischi si acquistavano in centro, il vecchio negozietto dei tempi delle medie, quello che metteva in vetrina le copertine dei 45 giri, nel frattempo aveva chiuso. Di Jan Palach forse sapevo qualcosa o forse no, insomma, in quel gennaio ’69. Certo conoscevo di più i fatti dell’invasione russa dell’agosto precedente, mi ricordo bene dov’ero e quale fosse il mio pensiero più frequente. Ero in un territorio politicamente e stabilmente ”bianco”, che conservava, tuttavia – lo dico col senno di oggi, ovviamente, delle “isole rosse” retaggio di una Resistenza meno celebrata che altrove, ma non meno significativa. Bisognava leggere Meneghello, almeno; invece no: Calvino e Cassola, Cassola e Calvino, questo a scuola, Fenoglio solo qualcuno. Ad ogni modo, non è che io cercassi allora tracce di quelle sfumature di colore, il principale pensiero di quell’agosto, per me, fu la speranza che un italiano vincesse i mondiali di ciclismo che nel frattempo pre-correvo con pedalate e fantasia lungo le strade ancora bianche di quel paesino. Fui esaudito: ad Imola vinse Vittorio Adorni e fu una vittoria con un distacco stratosferico. Io tifavo per Vito Taccone (sempre stato per i perdenti, io) ma ero contento lo stesso.
Sì, credo che papà e gli zii e gli altri lì attorno ne abbiano discusso dell’esito funesto della Primavera di Praga, e qualche chiacchiera, fra una corsa e l’altra in bicicletta, magari l’ho pure colta, ma è difficile ora dire quale sia stato allora, per loro, il livello di rincrescimento o di sorpresa. E poi c’è una sovrapposizione di eventi, perché tornai lassù anche nell’agosto del 1980, al termine di vacanze chissà dove fatte, e quella volta fu il turno della Polonia.
Di una cosa, però, sono certo. Per capire: “Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava” ci misi un qualche anno di più; e impiegai qualche tempo ancora per rendermi conto di quanto “giuste” fossero queste due canzoni.


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