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La vita non è una linea retta tendente all’infinito, e non soltanto per l’ovvia ragione che finisce molto prima; è invece una linea spezzata (e anche qui: non solo per l’ovvia ragione che …), una linea che va su, giù, volge a destra, si impenna, declina …, insomma: va dove cazzo le pare. Solo agli idioti può sembrare che sia un vettore sempre proiettato in avanti, invece (se volessimo usare un linguaggio calcistico) ci sono un sacco di ripartenze, e spesso si riparte da molto più indietro di dove ci si era fermati. Se dovessimo pensare che tutta questa pseudo riflessione nasce dal fatto d’aver lasciato Splinder per venire qua, mollando alla malora tutto (quasi tutto) quel che c’era scritto là, non ci allontaneremmo molto dalla verità. Tuttavia il discorso è valido anche per questioni di ben altro spessore.

In quel tempo di vita che fu il mio solstizio d’estate, fra i sogni lasciati e le promesse a venire, mi ricordo che stavamo davanti alla macchinetta del caffè (distributore automatico, sarebbe) a discutere su chi avrebbe avuto l’incarico di ministro degli Interni (Pecchioli, naturalmente, non c’eran dubbi) o su chi sarebbe andato al lavoro (Di Giulio o Chiaromonte? Bah! Non mi ricordo, d’altra parte oramai non sono più in corsa né l’uno né l’altro). Cioè, capisci? Noi si doveva smontare la pressa e invece stavamo a discutere …, cose sulle quali il nostro parere contava poi come il celeberrimo due di picche quando la briscola è a cuori.
Però, ecco, ci sentivamo in partita. Mentre quando Fassino (tanto per dirne uno) divenne ministro del commercio con l’estero, o quando Diliberto disse “Torno sulla scrivania che fu di Togliatti” (andò alla Giustizia, per chi l’ha scordato), ecco …, lì, in quel caso lì, la partita non mi appassionava già più. E non parliamo poi di D’Alema presidente, che si doveva aspettare lui per riportare l’Italia in guerra, ma lui era già poco simpatico a Ravenna nel ’76, figurati dopo.
Questa operazione del tornare indietro, insomma, che mi è così facile e consueta quando si tratta di esercizio mentale, gioco, passatempo, perde invece tutto il suo vertiginoso fascino quando t’accorgi che sei già indietro, sei già, dal punto di vista del contesto socio-economico (come si scriveva un tempo), nonché da quello culturale, più indietro di quel che per un po’ hai pensato fosse soltanto il punto di partenza. Cioè: sei ad un passo dalla pensione (che, intanto, pensa che ti ripensa, hai finito col rinviare ancora di un anno … forse), l’equinozio d’autunno ti ha rubato sogni e capelli, ma attorno c’è un clima da anni ’50. Senza più neanche il nemico.
(Sì, lo so anch’io che negli anni ’50 non c’erano i blog, gli smartphone e i tablet). Valeva la pena?

Quella che segue è una canzone di Theodorakis; l’avevo già messa su Splinder e quindi, anche in questo modo, si tratta di una … ripartenza (anche se è il canto di una sconfitta).

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