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Conosceva della Fallaci qualcosa, e quel poco – in gran parte condizionato da tutta una serie di dichiarazioni e prese di posizione ultime – non gli piaceva. Va detto che, se avesse letto a suo tempo Lettera ad un bambino mai nato, forse non avrebbe neppure atteso la reazione della giornalista al crollo delle Torri per cominciare ad ignorarla. Ma quel libro aveva riscosso allora un grande successo e lui era uno di quelli che – fin da quegli anni – provava a scansare con cura la valanga dei bestseller. Ad allontanare ancor di più la Fallaci dalle sue letture – ad esclusione di qualche pagina di Intervista con la Storia – c’era poi stata quella mezza risposta sulla panchina – era il ’75 o il ‘76, una stagione lontana.

In uno dei due bar c’era il juke-box, dove cinque o sei anni prima aveva riascoltato Un’avventura, il pezzo col quale Battisti si era presentato a Sanremo con la testa tonda di riccioli, un grande foulard annodato al collo e le mani che mimavano il ritmo. Il locale, due stanze d’angolo fra la via e la piazza col biliardo e il televisore, era gestito da un tale Oreste, o Otello, ora non ricordava, scappato dal Polesine dopo l’alluvione, quella del ’51. Dalla parte opposta della piazza, di fianco all’autoscuola, c’era l’altro bar, apparentemente simile negli arredi ma senza juke-box e un po’ più equivoco. In anni precedenti, prima dell’avvento della banda di Cavallero e prima che il mercato delle braccia per l’edilizia trovasse fra Porta Palazzo e piazza Vittorio Veneto altri interpreti e nuovi centri di smistamento, doveva esser stato frequentato anche da un po’ di malavita di periferia, manovalanza comunque. Di sicuro era stato frequentato dalla dark lady del quartiere (che in realtà era molto bionda) e dai suoi numerosi corteggiatori, ben prima che Questura e Tribunale iniziassero a scandagliare il mistero del famoso omicidio che divise la città. Per un paio d’anni, fra il ’68 e il ’70, lo spiazzo lì davanti era stato anche occupato dai choppers delle Aquile del quartiere, un gruppo abbastanza chiassoso che si ispirava molto più ai mods che ai beatnik; costoro, prima di sbandarsi fra raduni internazionali e (qualche) scomodo domicilio coatto a spese dello Stato, furono anche protagonisti di un film, un B-movie che, nei suoi limiti, era giustamente più vicino allo stile de Il selvaggio che a quello di Easy Rider. Questo perché in quel quartiere – che di lì a pochi anni sarebbe diventato fertile area di reclutamento per terroristi e per consumatori di droga – non si erano negati nulla, neanche un regista. (E l’idea di ricostruire un po’ di biografie, più o meno importanti ma tutte nate in quartiere, tornava a punzecchiarlo, inutilmente).
In mezzo c’era il giardino. In realtà pochi alberi, un’aiuola e quattro panchine in circolo, con un sopravvivente chiosco per i gelati, gestito da una coppia di profughi istriani, e quello per i giornali, entrambi circumnavigati dai binari del tram che partiva di lì per andare fino al collegio dei ricchi, proprio alla base della collina, dopo aver attraversato due ponti sul fiume e l’intera città. La donna sedeva su una delle panchine leggendo Lettera ad un bambino mai nato e dal tono della breve replica che gli rimandò lui comprese che non aveva nessuna voglia di farsi distrarre. La sua, però, era una curiosità reale, senza secondi fini, davvero voleva sapere quanto importante fosse quel libro. Se n’era parlato anche in casa, forse una volta dopo un pranzo coi parenti, di questa Fallaci, e fra quelli di suo padre c’era anche un altro suo libro: Se il sole muore, che forse era stato proprio l’oggetto di un regalo di Natale e magari la scintilla iniziale del discorso. Chissà in quale lontano Natale si chiese ora, dicembre 2011, richiudendo fra le pagine di Un uomo un biglietto del tram obliterato da entrambe le parti a mo’ di segnalibro.

Alla fin fine, anche di questo Panagulis non è che, prima di aprire il libro, sapesse chissà quali cose. Certo la storia con la Fallaci aveva sfondato i confini della cronaca politica, e di questo se n’era accorto anche lui, ma a quei tempi là aveva sicuramente più familiarità coi nomi di Lambrakis o di Sotiri Petroula. Era sempre per via della solita attenzione privilegiata alla musica e alle canzoni, a certa musica e a certe canzoni. Nei dischi che acquistava o nella musica che ascoltava il nome di Panagulis non gli sembrava d’averlo mai incontrato, ma nemmeno quello, più noto, di Theodorakis, a dire il vero, lo aveva spinto ad approfondire un po’. C’erano stati gli Stormy Six, questo è vero, ed anche il Canzoniere Internazionale, ma alla sua superficialità che determinava l’ignoranza il nome di Theodorakis era anzitutto collegato a quello di Albano e della Zanicchi, ragion per cui …, se all’epoca sapeva difendersi dai bestseller a valanga, sapeva però ancor meglio aggirare le finte canzoni impegnate. O meglio: questo era quel che credeva allora.
La storia di Panagoulis scritta dalla Fallaci uscì in Italia nel ’79 ed è probabile che sia stata venduta in parecchie migliaia di copie, ma lui a quel tempo s’occupava d’altro e soprattutto non frequentava più quel giardino là, dal quale eran scomparse le Aquile per lasciare il posto al torvo roteare dei corvi.

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