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“Non sai quanti ti invidiano”. E invece me lo immagino davvero, quanti, posti di fronte al dilemma: me ne vado in pensione o continuo ad andare in classi frequentate da gente che ha come primo ricordo lontano solo l’abbattimento delle Torri gemelle, firmerebbero ad occhi chiusi. Qui, ora, subito.

Ho cominciato a lavorare quando Junio Valerio Borghese ancora s’immaginava un colpo di stato, in un’Italia ancora popolata di gente con le mani sporche di grasso d’officina che sapeva spiegarti come … – come in Russia no – ma la via italiana al socialismo l’avrebbe saputa declinare. Come faccio a smettere? Io sono quella che faccio, se non faccio che cosa sono? E questi, seduti nei banchi, hanno passioni fredde, amori incerti, ricordi labili, speranze mute, gioie effimere. I migliori credono nel diploma come riscatto, un passepartout che solo a pochi fortunati aprirà porticine al momento, comunque, invisibili. Stretti passaggi individuali fra le pieghe affilate della vita. Auguri, ragazzi, anche se faccio fatica a capirvi, una fatica almeno pari a quella che fate voi a capire me, uno dell’altro secolo. Uno che stava in un esercito al quale fu dato il rompete le righe poiché tutte le bandiere erano cadute in mano nemica, un esercito che ripassò i confini in disordine, scalcagnato e afflitto come una compagnia di ventura abbandonata a se stessa.

Brutta razza i reduci, e peggio quelli tornati da una sconfitta. Non sapranno far altro che chiudere la loro rabbia inutile fra due canzoni. Queste, per esempio.

http://www.youtube.com/watch?v=f2Kzoy6ROCU&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=6F7o02sxu0w

Pinelli morì nella notte fra il 15 e il 16 dicembre 1969, quando nel 1991 morì Tondelli i motivi della sconfitta erano già tutti visibili.

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