Andavo a lavorare con un Ciao color arancio e, quasi immancabilmente, a settimane alterne, mi finiva la miscela ad un Km dalla fabbrica. Bé, credo che mi prendessero in giro in parecchi vedendomi arrancare a piedi, in compenso mi facevo riconoscere da tanti, sia fra i guardioni, che fra le impiegate dell’ufficio del personale, le quali avevano sempre un sovrappiù di calcoli da fare con la mia cartolina di presenza. Comunque, se poi quei calcoli son stati fatti bene, l’anno che va a chiudersi fra le lacrime della ministra e il sangue che ci salassano, dovrebbe essere il quarantunesimo.
Il termine sinusite credo d’averlo imparato allora, mentre alcuni dei sintomi, tipo il cerchio alla testa e la voce cavernosa, son tornati a visitarmi in questi giorni, anche se il Ciao non ce l’ho più e – soprattutto – è un bel po’ di anni che non mi alzo alle 6,30 del mattino per andare a lavorare. Ci pensavo ieri sera – alla nebbia, al Ciao, al freddo e alle 500 e 127 incolonnate lungo il percorso Grosseto-Vercelli-statale 11- mentre ascoltavo, in verità senza troppa passione, il Concerto per Alberto al Conservatorio. Perché le due cose – le utilitarie in fila e il Concerto – si tengono per mano anche più di quel che io abbia voglia di dire ora qui. Sì che ce l’avevo il passamontagna a proteggermi dal freddo, e lo tenevo giù, lasciando fuori solo gli occhiali, esattamente come faranno quegli altri, di lì a qualche anno, quando verranno in corteo senza bandiere (solo con le aste, quadrate e di legno chiaro). – “I compagni delle fabbriche dietro e sui lati, a protezione del corteo”. “E se mi spaccano gli occhiali? Chi me li rimborsa? La CGIL?”. “Vai, vai, che se ti spaccano la testa mettiamo una targa nel locale biblioteca, adiacente al Consiglio di fabbrica”.
Comunque: la testa è rimasta sana (almeno l’involucro esterno) e se non fosse per questa noiosissima sinusite… si potrebbe gioire anche per un Concerto tutto sommato in tono minore.
Questa versione sarebbe piaciuta ad Alberto:

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