Ho scoperto (poiché non è mai troppo tardi, come diceva il maestro Manzi) che in Questa sera si recita a soggetto c’è un personaggio chiamato Sampognetta, è quel signor Palmiro, marito della Generala e padre di Momina che, distratto, fischia sempre. Ora, io non so fischiare, ma spesso mi compiaccio nel vizio di canterellare, fra me e me, in sordina, fin quando non me ne accorgo ed allora mi chiedo perché sia proprio quel motivo là ad essermi tornato in mente. Dirò subito che quello di Sampognetta non è un gran bel ruolo, sarà pure ingegnere minerario, ma non s’accorge minimamente di quel che gli accade attorno (o per meglio dire, finge di) e sta nel dramma pirandelliano quasi al solo scopo di protestare perché, per quella sera, gli hanno rovinato l’entrata in scena. Io, invece, non ho mai curato la mia entrata in scena e questo fatto (ma sarebbe un altro discorso), talvolta, può procurarmi qualche problema.

Ecco, questo era l’incipit di ieri, poi l’ho lasciato lì per andare a lavorare col dubbio che, forse, non me la sarei mai più ricordata la strada che avevo immaginato per andare da Pirandello ai film che ho visto e quelli che… Stamane, apro il giornale (e leggo che, si diceva nel Mondo in Mi 7) e Pirandello (magari il Pirandello de L’uomo dal fiore in bocca) ritorna nella prima pagina di Repubblica: articolo di taglio medio con foto, il manifesto, invece, opta per il taglio basso e preannuncia gli approfondimenti nell’edizione di domani. Alla morte di Lucio Magri, s’aggiungono quelle di Saverio Tutino e di Vittorio De Seta. Tristezza. Nulla di particolarmente vicino al cuore e la musica che mi viene in mente è La viola d’inverno di Vecchioni, una riflessione più lunga, però, sul suicidio (credo che, da Socrate in qua, sia la prima volta che leggo sulla stampa l’espressione: suicidio assistito). Curiosamente, tutta questa materia luttuosa si lega con filo sottile sia al primo post che ho scritto qui, sia ad uno di quelli successivi: Eppure noi avevamo un sogno (pure se il sogno del quale scrive D’Elia è più recente di quello descritto per lunghe pagine e con tortuosi ragionamenti dall’autore del Sarto di Ulm). C’è silenzio qui attorno, a parte il lontano borbottio di RadioTre che macina quotidianamente il suo palinsesto e la più lontana frenata di un tram accanto alla pensilina. Non ho neanche voglia di canterellare l’Internazionale che, senz’altro, sarebbe piaciuta a tutti e tre.

Quella volta ero in spiaggia e sono certo che mi stavo annoiando. La signorina alla cui vigilanza ero affidato aveva un costume olimpionico nero, ma non ho alcuna memoria delle sue gambe né delle sue forme e un po’ me ne dispiace. Esclamò: – ma questa è West side story! I like to be in America, ricantò sul mio canterellare a bocca chiusa mentre cincischiavo con la sabbia. Poi mi chiese se avevo visto il film, cosa che non era avvenuta, né avvenne per tutti gli anni a venire (che allora neppure immaginavo dovessero avere un termine, volontario o meno che fosse). Rimasi in silenzio, ché allora ancora non possedevo quegli strumenti atti a mascherare un po’ l’abisso della mia ignoranza. Non avevo visto neppure l’altro film, quello con quella colonna sonora fischiettabile, orribile marcetta che accompagnava la nostra uscita dalla colonia, incolonnati verso la spiaggia. Meglio così: sapere che si stava uscendo da quell’ex caserma che ancora portava i segni dei bombardamenti alleati, al suono di una marcia che accompagnava i prigionieri di guerra verso la costruzione del Ponte sul fiume Kwai, non credo avrebbe giovato alla nostra psiche. Vidi, ma molti anni dopo, M.A.S.H., questo per dire che non amo i film di guerra. No, va bé, la Resistenza è un’altra cosa.

E’ evidente che questo post non può procedere. Ho bisogno di punti fermi lungo la linea del tempo, e così ci sarebbe da chiedersi in quale ordine vidi i seguenti film: I sette uomini d’oro, Il gattopardo, Brancaleone alle crociate (o era L’armata Brancaleone?) e Per un pugno di dollari. Per tutti questi c’è un ricordo, impalpabile e per ora insufficiente a ricostruire un momento della vita. E prima di questi c’è Ben Hur e ancora un film con Dorelli giovanissimo che canta …, canta …, eh! Non mi ricordo. E poi c’è quella volta che la nonna mi disse: – Vai a vedere che film danno al cinema qua sotto. Quando tornai, dicendo che il titolo era: Mi spogli, dottore (ma Wikipedia suggerisce: Si spogli, dottore), la nonna propose di andarci dopo cena, ma la mamma le replicò in dialetto che non le sembrava opportuno. Era l’alba degli anni ’60, l’età della Dolce vita, coi critici di formazione cattolica che apprezzavano Fellini, ma poi ne sconsigliavano (adulti con riserva, era la formula) la visione sui loro bollettini parrocchiali e non.

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