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Era il ’67. Tenco s’era sparato a Sanremo, ubriaco e incazzato perché io tu e le rose era andata in finale. Lasciò un biglietto. Chissà cosa altro avrebbe potuto scrivere del fatto che a vincere, come mi ha ricordato il mio allievo  ieri sera, fu una non indispensabile canzone d’amore con l’inossidabile Villa e la giovane aquila di Ligonchio, futura forzitaliota! In verità, credo che gli bruciasse molto di più – e giustamente – la questione che fosse passata in finale anche una canzoncina come La rivoluzione che mascherava, dietro la tempestiva attualità del titolo, banalissimi contenuti (anche un poco insensati direi, riascoltandola. Ma ne potremo parlare dopo). Quel suicidio mai chiarito del tutto me lo portai inutilmente in tasca per un po’, fino al giorno che mi diedero da svolgere il tema: Scrivi un’elegia funebre per un amico. Nello svolgimento davo all’inesistente amico i miei abiti, nonché i convincimenti (quelli scarsi e confusissimi dell’epoca) e immaginavo il suo suicidio all’età di 29 anni, ché per un po’ rimasi convinto che non fosse necessario vivere oltre. Scrissi ch’era anche lui piuttosto incazzato e l’elegia tentava di riassumerne le ragioni, ma ora non mi ricordo più i motivi. (Ah! il tema me lo assegnò uno ch’era amico di Piero Angela, e che ci presentava Francesco d’Assisi come una sorta di beatnik in rivolta contro il padre. Poi scese dalla cattedra per fare il giornalista ed ora ha una rubrica fissa su La Stampa. Ho quasi sempre avuto buoni insegnanti di lettere, o quanto meno, personaggi particolari).

Nell’estate precedente avevo letto molto, anche un bel po’ di Segretissimo che, non so con quale utilità, se escludiamo quella che sto per dire, erano passati per casa. Passava un sacco di carta stampata per casa, oltre ai quotidiani: riviste di storia, vecchi libri, antologie …, anche roba che poi andò buttata senza rimpianti, pur provenendo, in genere, da qualche vecchia (o antica) libreria di case austere e silenziose posizionate fra la Crocetta e il Centro città. Quel signore coi baffi che commenta da autorevole ex le partite di calcio dell’Inter certo non se lo ricorda, e neanche il professore universitario torinese marito della professoressa scrittrice di cose scolastiche se lo può ricordare, ma mia madre, che fra i tanti mestieri svolti fu anche una amorevole nurse, come ancora si usava dire allora (anche se avrebbe preferito stare in cucina a preparare manicaretti), li vide entrambi sgambettare i loro primi passi fuori dal girello in piazza d’Armi. In quella che allora, fra la fine della solidarietà antifascista e le prime scaramucce di guerra fredda, fu uno dei punti d’incontro delle future elite cittadine. Ecco, più o meno dalle risistemazioni ambientali di quelle case là venivano i libri (e sempre di là, forse, il mio ormai inveterato vizio di girare per le bancarelle dei libri usati).

Segretissimo era una collana della Mondadori abbastanza recente. Comprendeva libri di spionaggio relativo agli anni della seconda guerra mondiale costruiti attorno ad un protagonista che lavorava per l’OSS (una specie di antenato della Cia), infatti la sua sigla di riconoscimento era OSS 117. Fu in uno di quei libri che trovai il motto: Gott Mit Uns. Non ne conoscevo il significato, ma mi colpì la vicenda, evidentemente, oppure il modo o il contesto nel quale era stata pronunciata la frase …, chessò. Fatto sta che mi misi a scriverla sui quaderni o sulla quarta di copertina dei libri, finché un pomeriggio fu un mio compagno di classe, uno di quelli che poi venne promosso a giugno lasciandomi indietro, che mi chiese, anche con un po’ di altezzosità (infatti poi mica me lo rivelò): Ma tu sai cosa vuol dire? Non c’era Google traduttore, allora.

Era il ’67. Da Berkeley in qua  il mondo si rivoltava, If you’re going to San Francisco cantava Scott McKenzie con gli hippies californiani . A Torino e a Trento iniziavano le prime occupazioni delle Università; a me, che ancora non ero entrato in contatto con la versione italiana di Eve of destruction, piaceva la musica beat (anche se era beat sinfonico come Nel cuore e nell’anima), cantavo  con i Rokes: ma che colpa abbiamo noi / se non pensiamo come voi, mi piacevano le camicie a fiori di Antoine e le sue Elucubrazioni, ma intanto scrivevo sul margine dei quaderni un filonazista  Gott Mit Uns. Mi sarà  stato necessario arrivare all’omonimo film  di Montaldo (1970) per capire? No, no, lo escludo. In quegli anni tutto era velocissimo, anche la comprensione, anche senza connessione ADSL. Improvvisi , dalla notte al giorno, ti si aprivano squarci di mondo nuovo.

Iniziai a firmarmi Michail Kiev sulle cose che scrivevo, e senza più alcuna relazione col precedente motto tedesco, all’indomani di una serata trascorsa nel buio della cucina assistendo ad un film sovietico. Adesso, poi, io dico film sovietico, ma chi lo sa cos’era davvero, magari soltanto una versione televisiva di Michele Strogoff che di sovietico non aveva proprio nulla, però a far bene i conti in quell’anno là ricorrevano giusti giusti i 50 anni dall’Ottobre, per cui …, nulla è escluso.

Michail Kiev scriveva un sacco di cose insulse, anche scopiazzate qua e là (persino da D’Annunzio filtrato da Modugno: O falce di luna calante). Ricordo un rabbioso elenco adolescenziale: Odio questo … odio quello …, che ricalcava (anche se con prospettive palingenetiche non ancora tinte di rosso) il Se fossi foco di Cecco Angiolieri. No, sono certo, prima arrivò la poesia, commentata dallo stesso che ci aveva raccontato la storia di Francesco d’Assisi, e soltanto dopo la versione cantata da De Andrè. Anzi: a De Andrè arrivai con Tutti morimmo a stento, con dentro l’inverno, i cimiteri, la nebbia fra i cipressi, gli impiccati perché ostili al Re e la canzone dedicata a Luigi Tenco. E così, nel giro d’un paio d’anni si chiuse un cerchio, e la morte tornava a proporsi come tema sul quale ragionare lucidamente e senza le lacrime che avevano invece accompagnato, cinque anni prima e fino al camposanto di via Catania, il funerale dell’unica nonna conosciuta. Non avevo, al momento, alcuna contezza del fatto che (scritta assieme ad un Paolo Villaggio che in TV non amavo e non capivo) vi fosse nel bagaglio di De Andrè anche la molto trasgressiva: Re Carlo ritorna dalla guerra. Una canzone che scoprii soltanto qualche mese dopo, comperando uno spartito con una ventina di canzoni di De Andrè. Le trasgressioni, non solo quelle linguistiche, là sopra erano molteplici, altro che il candido: Dio del cielo se mi vorrai amare / scendi dalle stelle e vienimi a cercare col quale era iniziato l’approccio! Eppure, sulla strada che dalla scuola media mi portava verso casa c’era un negozio di dischi con le copertine dei 45 giri disposte a tappeto sul piano della vetrina, fra loro anche un De Andrè col suo profilo magro e i capelli ancora corti da ragazzo di buona famiglia. Ci si fermava spesso e piaceva quella copertina dai bordi rossi che inquadrava cinque capelloni assurdamente abbigliati con camicia bianca e cravatta, il titolo diceva: Noi non ci saremo. E infatti … Augusto è morto, e non soltanto lui, come in seguito vedremo – altro che nemmeno un cannone però tuonerà, come cantava La rivoluzione – mentre i Nomadi hanno ancora un bel seguito di teste canute o spelacchiate quando intonano: Io vagabondo.

Nell’ottobre morì Gigi Meroni, falciato una domenica sera da un’auto in corso Re Umberto. Come ho scritto recentemente, io non li approvo ma capisco tutti quelli che sono accorsi nell’entroterra romagnolo per il  funerale del motociclista ventiquattrenne. All’indomani della morte di Meroni piansi tutte le lacrime che avevo avanzato dal funerale della nonna cinque anni prima. Con tutte le sue estrosità, antisistema diremmo oggi, Meroni era per me quindicenne quel che il “Che” (morto giusto sette giorni prima) era per i fratelli maggiori che occupavano le Università. Aveva 24 anni pure lui, la farfalla granata, ma io non piansi per la giovinezza perduta (nulla sapevo del fatto che muore giovane chi è caro agli dei), piansi perché con lui se ne andava un modello di rottura degli schemi nel quale mi ero identificato. Era come se presagissi – ma adesso forse esagero col senno di poi – che la rivoluzione non si sarebbe fatta mai, non avrebbe mai superato il limite dei capelli lunghi, della barba castrista, dei Beatles, dei pantaloni a zampa, della convivenza con una donna sposata, del calciatore-pittore con le sue mille stravaganze. La domenica dopo vincemmo il derby con la Juve: 4 a 1, e l’ultimo goal, in uno stadio per una volta unito dalla commozione, lo segnò proprio quel ragazzino che portava la maglia numero 7: la maglia di Gigi. Vincemmo. Sì, certo, allora usavo anch’io quella sciocca espressione plurale di identificazione nei colori di una squadra, granata o bianconero, attraverso la quale siamo passati più o meno lungamente tutti. E poiché la passione per la lettura non poteva esserne esente, comperavo ogni settimana una rivista: organo ufficiale dei tifosi granata. In seguito cambiai colore e scelsi una tonalità affine.

Ora che sono tanto meno giovane e un poco meno distratto, so che quando Gigi arrivò là dove doveva arrivare, trovò il “Che” già in sella alla Poderosa che gli disse: – Andiamo, dai, che ci aspettano.

E, infatti, io spero che prima o poi ci si ritrovi tutti a cantare intorno a Joan Baez che intona:

C’è un grande prato verde / dove nascono speranze / che si chiamano ragazzi / Quello è il grande prato dell’amore /Uno : non tradirli mai, / hanno fede in te. / Due : non li deludere, credono in te. / Tre : non farli piangere, / vivono in te. / Quattro : non li abbandonare, / ti mancheranno. / Quando avrai le mani stanche tutto lascerai, / per le cose belle / ti ringrazieranno, / soffriranno per li errori tuoi.

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